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LÉVI STRAUSS/ Addio all’antropologo che studiò l’enigma dell’uomo

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Lévi-Strauss da un lato si oppose alla mentalità positivista, per cui è scientifico solo il sapere che è descrizione e registrazione di meri fatti e comportamenti, inquadrati in una visione meccanica delle cause (neurofisiologiche, comportamentali del tipo stimolo-risposta, cause comunque “materialistiche”). Dall’altro lato si è opposto ad uno storicismo che ha privilegiato esageratamente la cultura, storicamente appunto prodotta, come liberazione dalla gabbia di una “nuda” natura.

 

È la nozione di genesi la grande novità di metodo introdotta da Lèvi-Strauss. Interrogarsi sulla genesi di un’esperienza significa interrogarsi sulla genesi degli atti, dei desideri, dei legami di cui è intessuto l’umano, a differenza dall’animale. Dalla nascita di legami familiari, alle strutture matriarcali e/o patriarcali, al comportamento sessuale, che ha complicazioni e chance ignote alla bestia, alla scelta da parte umana di cuocere i cibi ecc..(da Tristi tropici 1955, a Antropologia strutturale 1958, a Il crudo e il cotto 1964)

 

Sulla cifra più segreta di questi discorsi, sulla collocazione del soggetto umano rispetto  a queste combinatorie di differenze, Lévi-Strauss non si è espresso. Non lo concepiva, da grande scienziato, come suo compito, lasciando forse alla risorsa indecisa del suo stesso discorso quello scarto che la tradizione occidentale chiama libertà, come differenza originaria rispetto ad un necessitante programma.



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