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POLEMICHE/ La Russia al bivio tra la violenza di Ivan il terribile e la misericordia di Filipp

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Lo stesso regista, nel corso di una vivace tavola rotonda organizzata dal quotidiano «Izvestija» ha ribadito che la vicenda descritta nel film smonta un mito largamente diffuso in Russia, secondo cui «i tiranni sono i migliori governanti per la Russia, e il progresso si ottiene solo a prezzo di sangue». In realtà, sottolinea Lungin, la storia insegna che «ogni Ivan il Terribile ha avuto il suo Filipp», e proprio questa «dicotomia ha costituito il perno della vita interiore della Russia», le ha permesso ogni volta di riprendersi. Sono evidenti, infatti, le conseguenze distruttive del governo di Ivan, cui non a caso seguì l’Epoca dei Torbidi.

Il mito del «pugno di ferro», ha proseguito Lungin, «il mito secondo cui la Russia ha bisogno della frusta, è vivo anche oggi, e impedisce lo sviluppo di una società democratica». Drammatico il finale del film: se intorno alla salma di Filipp, giustiziato, continuano a fiorire, insieme alla persecuzioni, la vita e la comunione, lo zar si trova solo, nel cortile deserto e coperto di neve («Ma dov’è il mio popolo?», il film si chiude con questa battuta di Ivan). Un film, dunque, sulla santità come energia che rinnova la vita; una santità che è continuamente dialogo con il reale, adesione agli indizi che Dio vi fa trasparire e quindi intelligenza dell’umano, mentre ciò che caratterizza Ivan il Terribile è l’incapacità di aprirsi all’alterità (anche le sue lunghe preghiere non sono che un esasperato ed esasperante monologo).

Da più parti si vede nel film anche una risposta all’insistente riaffiorare del culto dello stalinismo, come ha sottolineato tra gli altri lo storico Nikolaj Svanidze: «Stalin viene sentito come l’alter ego, la reincarnazione di Ivan il Terribile.

 

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