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IDEE/ Il problema di Dio? Una questione di buon senso, firmato Ruini e Spaemann

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Già più di trent’anni fa questo pensatore poneva l’attenzione proprio sulla rilevanza epistemologica della questione teologica in maniera tanto paradossale quanto efficace. L’affermazione di Dio è equivalente forse a quella secondo cui “ogni cosa è cinque volte più grande di quello che appare”? In tal caso non solo noi non abbiamo alcun modo di verificare questa affermazione ma essa risulta inoltre del tutto insignificante sul piano esistenziale. Il mondo e la vita nei quali tale affermazione è vera restano assolutamente identici a quelli in cui essa è falsa. Esattamente il contrario della pretesa espressa dal sottotitolo del convegno Cei: “con Lui o senza di Lui cambia tutto”.

 

Nella prima parte del percorso che Spaemann ha svolto davanti alla platea romana egli ha descritto la trama dell’esperienza umana come una trama d’essere e di bene la cui origine e soprattutto la cui intima relazione però ci sfuggono. Il Dio dei “misteri del cristianesimo” allora, in quanto unità indissolubile di potenza ed amore, in quanto cioè amore potente capace di vincere ciò che annulla tanto l’essere quanto il bene, ossia la morte, è “l’imprevisto adempimento di ciò che nel concetto di Dio viene anticipato dalla ragione”.

 

Quali ragioni si hanno però per affermarne l’esistenza? Spaemann qui ha proceduto in una duplice direzione. Innanzitutto ha ribadito con forza la consistenza dell’interpretazione della realtà naturale come realtà ordinata ad un fine e dell’interiorità umana come luogo del senso. Proprio attorno a questi due temi Spaemann ha infatti dedicato molta della propria produzione scientifica, la quale può in gran parte essere letta come tentativo di difendere queste due esperienze fondamentali da uno scientismo che cerca di convincerci che non siamo chi pensiamo di essere. Su un altro versante egli ha ricordato che la storia del pensiero è anche la storia di argomenti filosofici per dimostrare l’esistenza di Dio, da Aristotele ad oggi. Nietzsche però - ha osservato Spaemann - ha sferrato “un colpo decisivo” alla possibilità di argomentare l’esistenza di Dio perché ha mostrato che Dio è in realtà il presupposto in azione in ogni nostro traffico con la nozione di “verità” e di “senso”: senza Dio niente ha consistenza e verità. Ora, tutte le prove dell’esistenza di Dio muovono da una leggibilità del mondo, cioè da una “verità”, sulla quale edificano la propria argomentazione.

 

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