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ARTE/ La Natività di Lorenzo Lotto, un mistero "famigliare"

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L’ambiente romano si presenta ricco di incroci e confronti, ma assai complesso: a Roma sono presenti i migliori pittori della sua generazione: Beccafumi, Bramantino, Sodoma che proveniva da Milano; poi ancora Bramante, Raffaello, Michelangelo. Il soggiorno romano si rivela perciò solo un episodio: seguono anni di peregrinazioni, tra cui compare l’ambiente bergamasco con una certa soddisfazione, fino a quando nel 1525 decide di tornare a Venezia, dopo 20 anni di assenza. Durante questo soggiorno si colloca la Natività, che possiamo considerare espressione di un artista maturo ed esperto, nella capacità di rappresentare ed esprimere il senso dell’umanità oltre la rigidità delle regole.

Il ritorno nella città natale porta con sé, tuttavia, grandi amarezze e delusioni: in particolare la presenza dirompente del genio di Tiziano gli preclude il riconoscimento atteso del pubblico veneziano. Gli anni che seguono sono caratterizzati da un continuo errabondare da una città all’altra, da una casa all’altra, alla ricerca di una stabilità affettiva mai raggiunta, e di riconoscimenti sempre negati dalla sua Venezia, fino a quando l’8 settembre 1555, giorno della Natività di Maria, si fa oblato alla Santa casa di Loreto donando ogni sostanza al santuario; nella stessa occasione viene nominato «pittor della Santa Casa».

Attraverso l’opera, veniamo dunque a conoscere l’intensità umana e personale che ha reso così significativo il risultato artistico del pittore veneziano. È la cifra di una esistenza sofferta e travagliata che traspare dal pennello di Lorenzo Lotto, e sa comunicare al nostro sguardo moderno, pur attraverso la forma della tradizione; possiamo dunque affermare, con le parole di Roberto Longhi: «L’arte non è istituzione convenuta, ma libera produttività interna. La sua storia, una storia di persone prime: gli artisti».

 

(Emanuela Centis)



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