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PAPA/ Né spiritualisti né partigiani: Benedetto XVI spiega la politica ai vescovi

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Per certi suoi tratti il pontificato di Benedetto XVI sembra sempre più assomigliare a quello di alcuni papi della tarda romanità, come Leone Magno e Gregorio Magno.

Papa Ratzinger è innanzitutto un grande liturgo. La liturgia è stato il campo dei suoi interessi di teologo. È ora il campo del suo ministero petrino. Egli vuole salvare la celebrazione dei sacramenti e il sacerdozio ad essa connesso da ogni riduzione possibile. Sia da quella che fa della celebrazione un rito astorico, magico, sciolto dalla concreta vicenda ebraico-cristiana, sia da quella che appiattisce l’evento sulla sua dimensione politica. Qui la politica visualizzata è quella dei partiti e delle ideologie. Il sacerdote non può essere uomo di una sola parte, proprio perché rappresenta l’universale volontà di salvezza di Dio nei confronti dell’umanità.

Il tema è sempre d’attualità. Di recente un vescovo ha chiesto alla Santa Sede se gli era possibile entrare nella Camera dei Lords in Gran Bretagna. Permesso negato. Nei decenni passati abbiamo avuto preti impegnati ai vertici di due stati, Haiti e Congo Brazzaville. Ben più grave il caso di un vescovo paraguaiano diventato di recente presidente della repubblica, naturalmente sospeso a divinis.

Anche in Italia, negli anni ’60 e ’70, non sono mancati preti del dissenso, apertamente militanti nella sinistra estrema. Ben diverso il caso di don Gianni Baget Bozzo, che non si è mai distaccato dalla comunione ecclesiale.

Come vivere un equilibrio che permetta di non cadere nel disinteresse per la polis, nello spiritualismo non cristiano o, all’opposto, nella partigianeria che non sa recepire le ragioni dell’altro, schiacciata in una storicità senza aperture?

 

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