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STORIA/ Quando anche in Polonia volevano bandire i crocifissi

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All'inizio del gennaio ’84 gli studenti iniziarono uno sciopero sui generis:senza danneggiare le aule o improvvisarsi rivoluzionari, alternarono la recita del rosario al silenzio assoluto prima delle lezioni e durante gli intervalli. L'eco della loro protesta si diffuse rapidamente in tutto il paese, superò i confini del campo socialista e finì sulla stampa occidentale. L’Istituto per la Memoria nazionale conserva gli archivi del Dipartimento IV del ministero degli interni con i rapporti sugli episodi di solidarietà spontanea: preghiere, appelli, raccolte di firme, volantinaggi, striscioni (persino con citazioni letterarie, come al liceo di Torun!). il cardinal Macharski commentò: «Abbiamo cresciuto persone capaci di dare testimonianza, forti e decise. Basta con Erode e Pilato».

Mazur scrisse di nuovo alle autorità, appellandosi alla Costituzione per ottenere il permesso di rimettere le croci «dove la Polonia studia e lavora»; egli fece intuire allo stesso tempo la possibilità di incitare dai pulpiti al boicottaggio delle elezioni di giugno. A fine marzo lo stesso vescovo iniziò il digiuno, offerto per trovare una soluzione positiva. Si fece sentire anche Walesa, la cui presa di posizione si può riassumere così: tu, Stato, te la prendi ancora una volta con i più deboli; perché non provi a toglierci le croci ai cantieri di Danzica? Siamo pronti ad usare tutti i mezzi a nostra disposizione, ne va dei nostri ragazzi e della nostra coscienza.

Anche il papa accennò alla vicenda, rivolgendosi ai pellegrini polacchi: «Cristo crocifisso e risorto parla all’uomo. All’uomo imprigionato in tutto il dramma della sua esistenza personale, nell’esperienza della sofferenza e della morte. Cristo crocifisso e risorto costituisce per l’uomo una risposta, la risposta di Dio stesso. Nel nostro tempo mi rendo conto che l’indipendenza della vita del popolo deve esprimersi nella tutela e nel rispetto della sua soggettività».

 

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