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RIGONI STERN/ Nemmeno la guerra può fare a meno della nostra umanità

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Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro.

Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mniè khocetsia iestj, [Ho fame]- dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba,- dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta,- mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.

Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere.

 

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COMMENTI
29/12/2009 - guerra e umanità (arnando ermini)

quell'episodio è uno dei brani più belli della letteratura di guerra. Ma non è il solo. Altri se ne potrebbero citare, soprattutto accaduti nella Grande Guerra, raccontati anch'essi da autori che li hanno vissuti. Sono tutte storie di uomini che nel "nemico" riconoscono la loro stessa umanità e le lasciano spazio affinchè si manifesti. Può sembrare un paradosso quello di soldati nemici il cui scopo è di uccidersi, che improvvisamente trovano modo e tempo di fraternizzare. Ma non è un paradosso, perchè la guerra, nel suo essere evento terribile e mai auspicabile (anche se talvolta necessario come nel caso del nazifascismo), ha il pregio di far affiorare allo stato puro le qualità dell'uomo, nel male ma anche nel bene, perchè lo pone di fronte alla morte, da dare o da subire. Oggi, coi bombardamenti da cinquemila metri di altitudine o con gli attentati terroristici indiscriminati, la guerra ha perduto il suo volto paradossalmente umano, e gli uomini in carne ed ossa tendono ad apparire solo come marionette semoventi, simboli del nemico da eliminare senza che ciò lasci traccia, e lacerazione dolorosa, nella coscienza del soldato. Per questo sarebbe importante che episodi simili fossero raccolti in una antologia letteraria. Sarebbe una meritoria operazione di archeologia della memoria in un mondo che della memoria non sa più che farne, ma di cui ha invece estremo bisogno per non sottomettersi del tutto alla tecnica ed al suo potere disumanizzante. armando