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RIGONI STERN/ Nemmeno la guerra può fare a meno della nostra umanità

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Il libro di Rigoni, qualificato come romanzo, è in realtà un resoconto fedele e autobiografico della ritirata di Russia. L’autore, nato ad Asiago nel 1921, si trova a combattere come sottufficiale alpino nel settore centrale del fronte russo, fra il Donetz e il Don, quando l’esercito dell’Unione Sovietica sferra il suo attacco destinato a cambiare le sorti non solo degli italiani ma dell’intera seconda guerra mondiale.

Uscito vivo dalla terribile esperienza, Mario Rigoni Stern verrà fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e portato nel Lager I B, in Masuria, Prussia Orientale. Qui scrive la prima stesura del suo diario che verrà pubblicato nel 1953 nella collana “I Gettoni” diretta da Vittorini il quale fornirà il libro di una densa introduzione.

Il sergente nella neve si compone di due parti, Il caposaldo e La sacca.

Nella prima, gli alpini sono bloccati in trincea, con la paura del nemico pericolosamente vicino. Eppure, dice l’autore, «Si stava bene nei nostri bunker» e «Era proprio bello sedersi su una sedia per scrivere alla ragazza, o raderci guardando nello specchio grande, o bere alla sera lo sciroppo delle ciliegie secche bollite nell’acqua di neve». In una situazione così estrema, la vita quotidiana coi suoi piccoli riti, con le voci e i richiami dialettali dei compagni che fanno ricordare la terra natia, diventa un bene inestimabile e la coscienza lo avverte.

La narrazione del giovane soldato-scrittore procede con un realismo integrale, fatto di nitide e concrete immagini, senza nessuna enfasi retorica.

La prima parte termina col ripiegamento ordinato dai comandi supremi per evitare che l’armata italiana sia circondata dal nemico. Nella seconda i soldati dell’Armir cominciano la ritirata, una marcia nel gelo, costretti a fare i conti con i russi che li incalzano, col freddo, con la fame e ben presto con una stanchezza indicibile.

Ad un certo punto però ci troviamo di fronte ad un episodio inatteso, difficile da dimenticare.

 

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COMMENTI
29/12/2009 - guerra e umanità (arnando ermini)

quell'episodio è uno dei brani più belli della letteratura di guerra. Ma non è il solo. Altri se ne potrebbero citare, soprattutto accaduti nella Grande Guerra, raccontati anch'essi da autori che li hanno vissuti. Sono tutte storie di uomini che nel "nemico" riconoscono la loro stessa umanità e le lasciano spazio affinchè si manifesti. Può sembrare un paradosso quello di soldati nemici il cui scopo è di uccidersi, che improvvisamente trovano modo e tempo di fraternizzare. Ma non è un paradosso, perchè la guerra, nel suo essere evento terribile e mai auspicabile (anche se talvolta necessario come nel caso del nazifascismo), ha il pregio di far affiorare allo stato puro le qualità dell'uomo, nel male ma anche nel bene, perchè lo pone di fronte alla morte, da dare o da subire. Oggi, coi bombardamenti da cinquemila metri di altitudine o con gli attentati terroristici indiscriminati, la guerra ha perduto il suo volto paradossalmente umano, e gli uomini in carne ed ossa tendono ad apparire solo come marionette semoventi, simboli del nemico da eliminare senza che ciò lasci traccia, e lacerazione dolorosa, nella coscienza del soldato. Per questo sarebbe importante che episodi simili fossero raccolti in una antologia letteraria. Sarebbe una meritoria operazione di archeologia della memoria in un mondo che della memoria non sa più che farne, ma di cui ha invece estremo bisogno per non sottomettersi del tutto alla tecnica ed al suo potere disumanizzante. armando