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TEMPI/ La Chiesa ha bisogno dell'arte, ma l'arte ha bisogno della Chiesa?

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La religione della carne, del logos fatto uomo, «è all’origine dell’arte occidentale. Senza quella che io chiamo la “bulimia” del cristianesimo, il suo vorace desiderio di imparare, valorizzare, riutilizzare tutto, oggi non avremmo le nuvole di Giovanni Bellini, i riflessi nello specchio di Jan Van Eyck, la Canestra di frutta di Caravaggio, la Zattera di Medusa di Géricault».

 

Oggi, invece. «Oggi viviamo in un’epoca di blackout, in cui persino l’immagine del crocifisso è considerata sconveniente. Tutto è depurato, decurtato, liofilizzato. La bellezza è ridotta a eccitazione sessuale oppure a consolazione effimera. Gli uomini non sanno più cosa e a chi chiedere. Ci siamo abituati a un’idea di bellezza come bene di consumo, figlia di un’idea di uomo che è tautologica: io sono quel che sono, e basta». Lo si può appurare anche sul versante artistico, con opere che sono figlie della paura e della vergogna di affrontare grandi e millenari interrogativi che sappiano andare al di là della contingenza.

 

«A volte, è come rintracciabile una sorta di imbarazzo negli artisti e lo constatiamo nell’osservare quest’arte moderna disarticolata e ripetitiva, ridotta a spettacolo e scandalo. Oggi, persino un Morandi o un Buzzi faticherebbero a imporsi». L’origine dell’allontanamento tra arte e fede, spiega Paolucci, ha inizio nell’Ottocento, «quando il pensiero prende altre strade e purtroppo anche la Chiesa si chiude in difesa, attestandosi su stili tradizionali come cercando una consolatoria rassicurazione di fronte a quei movimenti che mettevano il mondo a soqquadro».

 

Così s’è consumato il divorzio e l’arte cristiana ha scelto «di disertare il mondo della contemporaneità artistica, inabissandosi come un fiume carsico. Oppure - è il fenomeno di cui tutti ai nostri giorni siamo testimoni - aprendosi alle forme di un caotico eclettismo che cerca di tenere insieme astrazione e figura, novità e tradizione, liturgia e funzione, segno e messaggio».


Il compito è oggi quello indicato da Benedetto XVI agli artisti: tornare a custodire la bellezza. «Ricucire lo strappo - prosegue Paolucci - è impresa ardua, ma non impossibile, come comprese con acutezza già Paolo VI che volle che proprio qui, nei Musei vaticani, fosse aperto un luogo per l’arte moderna in cui trovassero spazio artisti come Bacon, Morandi, Buzzi. Quello è stato un primo aggancio con la modernità per superare la frattura».

 

Perché, poi, se si ripercorrono le parole di Benedetto XVI si constata che non v’è spazio per la ritirata dal mondo, che nulla ripiega verso le blandizie di un’arte tranquilla e omertosa dell’umano dramma. Anzi. Benedetto XVI ha richiamato le parole del pittore Georges Braque secondo cui «l’arte è fatta per turbare», e anche Paolucci richiama «quel che è il vero scopo dell’arte: rendere testimonianza della religiosità che è insita in ogni grande spirito: lo stupore per il creato, gli affetti, i supremi interrogativi di fronte alla nascita e alla morte, le contraddizioni, le sofferenze.

 

Non importa che l’artista non sia credente o persino ateo, egli fa arte religiosa se sa introdurci in questa realtà. è un aspetto su cui c’è molto da imparare, anche in ambito cattolico, affinché il cristianesimo non si riduca a nostalgia o folclore». Che gli artisti tornino al bello, perché, come diceva Simone Weil, «il bello è la prova sperimentabile che l’incarnazione è possibile».


(Emanuele Boffi)



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