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TEATRO/ Ibsen, Peer Gynt e il tragico sguardo del sognatore moderno

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Sono varie le fasi della iniziazione senza ritorno e di queste una è, a mio parere, descritta in modo accattivante. Durante il ballo nella sala reale di trold, coboldi e spiriti della montagna, a Peer viene chiesto: «Che cosa vedi?» e Peer risponde: «Cose brutte da far paura. Una vacca col sonaglio pizzica certe corde di budella, e una troia in calzoncini corti va attorno sgambettando».

Ma a danzare sarebbe la donna vestita di verde … Allora il vecchio di Dovre così interviene: «Com’è bizzarra la natura umana! Resta tenacemente attaccata per lunghissimo tempo. Lottando con noi viene un po’ scalfita, ma cicatrizza e guarisce ben presto. Mio genero è docile come pochi, di buon grado ha bevuto l’idromele, s’è lasciato mettere la coda al sedere … così compiacente, insomma, alle nostre richieste che pensavo davvero che il vecchio Adamo fosse stato scacciato una volta per tutte: ed ecco che ad un tratto rispunta fuori. Eh sì caro figlio, bisogna guarirti di questa cocciuta natura umana»; e a Peer che domanda: «E che cosa farai?» replica: «Ti graffierò l’occhio sinistro, appena un pochino; diventerai strabico, ma tutto apparirà nobile e bello. … Allora la sposa ti apparirà bellissima e la tua vista non sarà mai più offesa da troie sgambettanti e vacche col sonaglio».«Ma questa è pazzia!» … «Pensa di quanti crucci e fastidi ti puoi liberare una volta per sempre. E ricordati che la vista è la sorgente delle lacrime, un ramo che macera e che corrode!»

Qui l’operazione della favola, ma qui anche la metafora, magari letta all’inverso, e comunque fallace: basta una «correzione» allo sguardo e vedi quel che vuoi vedere, non ciò che c’è!

 

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