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TEATRO/ Ibsen, Peer Gynt e il tragico sguardo del sognatore moderno

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È innegabile che oggi, sia nella vita quotidiana che nello scenario nazionale o internazionale, respiriamo tutti un clima di disagio.

Molteplici possono essere le cause, ma c’è un segnale sintomatico quasi impercettibile, ma altrettanto infallibile: lo sguardo che ognuno di noi pone sulla realtà, siano eventi o persone.

Perché lo sguardo può essere limpido, trasparente, profondo, ma anche obliquo, falso o mistificatore rispetto all’oggetto guardato; e soprattutto può essere irrispettoso della dignità che ogni essere umano possiede, per quanto abietto possa essere. A questo proposito, se pur incidentalmente, mi tornano alla memoria le parole che Dostoevskij, in Delitto e castigo, pone sulle labbra di Marmeladov, eco commovente del detto evangelico: I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli.

Ma la questione mi ha condotto ad un’altra fonte letteraria di straordinaria vivacità, per non dire rocambolesca nelle molteplici e svariate avventure del protagonista: il Peer Gynt di Ibsen.

L’opera teatrale del drammaturgo norvegese ruota intorno ad un personaggio mitico-fantastico della tradizione popolare, che sembra obbedire solo al suo istinto, al suo capriccio, ad una fantasia che insegue sogni di grandezza, ai quali dà connotati reali.

Nel secondo atto, Peer incontra i «trold», gnomi nordici, nell’ambito dei quali viene a trovarsi, come pretendente della «donna vestita di verde», figlia del vecchio re di Dovre, e dei quali deve assumere lo stile di vita, ben sintetizzato dal motto: «Ti basti essere come sei», che rimanda, per antitesi, all’imperativo classico «Sii te stesso».

 

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