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STORIA/ Il volo: cerchiamo nel cielo quel mistero che solo il cuore conosce

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Dalla straordinaria esperienza aerea - sia della eliminazione delle distanze e delle stesse frontiere nazionali, che della simultaneità di sguardo su tutta la realtà nella vista dall’alto - la fascinazione per il volo diventa presto nella riflessione culturale l’emblema di un potere: il potere di appiattire (come nella nuova esperienza, tristemente perfezionata durante la Grande Guerra, del bombardamento aereo sulle città, anticipata dalle narrazioni aeree marinettiane in La battaglia di Tripoli e Zang Tumb Tumb); il potere di imporre dall’alto una posizione intellettuale (come nel velleitario volantinaggio antiaustriaco di D’Annunzio nel suo volo sopra Vienna del 1918; o, nel 1931, in quello fallito dell’antifascista Lauro De Bosis, allora professore a Harvard, sopra la Roma di Mussolini, terminato tragicamente nelle acque del Tirreno); ed infine il potere della volontà dell’uomo dominatore (come nell’incipit del celebre film di Leni Riefenstahl, Il trionfo della volontà, reportage sul congresso del partito Nazionalsocialista del 1934, in cui il volo iniziale di Hitler su Norimberga e la focalizzazione sul suo sguardo dall’alto tra le nuvole del cielo, lo equiparano appunto a un nuovo dio).

La tragedia delle due guerre mondiali e il fallimento delle ideologie come progetti umani di dominio sulla realtà totale, hanno ampiamente mostrato la fragilità del volo presuntuoso della modernità. All’immaginario prebellico dell’ascesa e della conquista della volontà, si è affiancato così, con sempre più forza, quello postbellico della caduta: non solo quella simbolica di Icaro -come nel quadro omonimo di Matisse del 1943 (proprio nel pieno della seconda guerra mondiale)- ma anche quella tragicamente reale, scavata nella memoria collettiva dal terrore per una scomparsa (da quella di Saint Exupéry nel 1944 a quella recente dell’AirFrance sull’Atlantico) o per una manomissione terroristica (dalle stragi di Ustica e Lockerbie fino alle Torri gemelle).

Alla meraviglia per la tecnica e all’orgoglio per il proprio potere sulla realtà, si sostituisce e prevale così, nell’immaginario tardomoderno, la percezione della propria fragilità in bilico sul nulla e con essa la negazione a priori del desiderio di volare alto.



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