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STORIA/ Il volo: cerchiamo nel cielo quel mistero che solo il cuore conosce

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Non è un caso che nella prima delle lezioni harvardiane (ora Lezioni americane), dedicata alla leggerezza, Calvino offra una lettura della cultura odierna proprio attraverso l’immagine inquietante di un salto nel vuoto - quello di Cavalcanti sopra le tombe degli epicurei - e di un volo prolungato sopra l’abisso. Sospesa in volo precario sopra un cielo ormai vuoto e paralizzata dalla paura della gravità, tale immagine rappresenta una cultura che vola leggera a bassa quota, prigioniera del proprio relativismo e del proprio pragmatico nichilismo: si racconta per non cadere (come teorizzava Calvino nel 1985 poco prima della sua morte), ci si mette insieme per non precipitare nel nulla (si pensi alla politica dell’Unione Europea), si riempie il tempo di attività per non cadere nell’abisso delle nostre domande più profonde (come accade in tanti progetti educativi per la scuola).

Dentro questo contesto, anche con il cuore ferito, la meraviglia per il volo tuttavia permane negli uomini vivi, e con essa la meraviglia e lo stupore per le cose grandi, l’ardore di abbracciare la realtà, la gioia di sentirsi vicini e solidali e l’anelito a riprovarci, a ricominciare (come testimonia il rosso cuore ardente dell’Icaro di Matisse, di un anno successivo alla sua Caduta). La coscienza della propria fragilità di fronte all’enormità sproporzionata dei nostri desideri - persino di volare - diventa così l’inizio di un volo vero e di una cultura nuova: che non si accontenti del poco, di stare in aria, ma sia invece domanda di partecipazione all’Essere (come nell’ascesi verso il cielo di Perelà, l’uomo di fumo palazzeschiano) e affascinante approfondimento di quel mistero di Dio che, molto più che nel cielo, abita nel mistero del nostro cuore, da sempre.

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