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RITRATTI/ Chaim Potok raccontato dal musicista newyorkese Jonathan Fields

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Jonathan Fields, musicista newyorkese di sangue ebreo convertitosi al Cattolicesimo attraverso un percorso segnato dall'amore per il “bello” ed in particolare per la musica.

Una vita per molti versi simile a quella di Asher Lev, uno dei grandi personaggi creati da Chaim Potok, scrittore ebreo neworkese morto nel 2002, che proprio oggi avrebbe compiuto 80 anni. Jonathan è un grandissimo estimatore di questo straordinario scrittore, nonché un rappresentate a pieno titolo della prima generazione cresciuta con i suoi libri.

 

Come tu e la tua generazione avete conosciuto l’opera letteraria di Chaim Potok?

 

Avevo tredici anni, e mi stavo preparando al Barmitzvà, che è un po’ come la Cresima per i ragazzini ebrei. Alla Hebrew School, una sorta di catechismo, ne suggerirono la lettura. Ma fu solo anni dopo che mi misi effettivamente a leggerlo. Ero nel pieno del travaglio che mi avrebbe portato alla conversione ed un altro musicista mi suggerì di leggere “Il mio nome è Asher Lev”.
Per tanti anni e per tanti studenti delle superiori in America “Danny l'Eletto”, The Chosen, è stato invece un libro di lettura quasi obbligato.

 

In che rapporto era lo scrittore con il cristianesimo? E, pensando in primo luogo a “Il dono di Asher Lev”, tale rapporto gli ha creato problemi con la comunità ebraica statunitense?

 

Sono convinto che Potok avesse in qualche modo uno sguardo estremamente positivo verso la fede e l'esperienza cristiana. E credo fermamente che il travaglio di Asher Lev fosse proprio il travaglio di Potok.

Ad un certo punto del libro Asher grida quasi (col cuore se non con la voce) che nella sua religione non ci sono forme che riescano veramente ad esprimere la sofferenza. È li che scatta il suo “innamoramento” per la crocefissione. E no, non direi proprio che nel suo tentativo di comprendere il cristianesimo si sia creato nemici tra gli Ebrei.

Ciononostante è bene precisare che il rapporto col cristianesimo non è sempre al centro del suo lavoro, ma sempre centrale fu piuttosto la sfida tra il giudaismo antico e la realtà del mondo d'oggi.

 

Quanto ha influito la letteratura di Potok nella società e nella cultura americana?

 

Sinceramente non penso che abbia particolarmente influito. Ha sicuramente contribuito a far capire l'Ebraismo al di là del suo mondo spesso ghettizzato.

Ma Potok era un uomo troppo “vero”, troppo genuinamente religioso per essere ideologicamente rilevante.

 

Qual è, in senso più globale, l’eredità che Potok ha lasciato alla cultura e alla letteratura?

 

Fu in primo luogo un grande “story-teller”. Ebreo, ci ha lasciato storie di uomini che devono necessariamente sfidare la propria tradizione - il mondo in cui sono cresciuti - alla luce di quello che il cuore verifica nell'impatto con  il resto del mondo e seguendo un’“insaziabile sete di bellezza, verità e giustizia”, ma senza per questo perdere necessariamente le proprie radici.

In qualche modo - misteriosamente - è come se Potok ci abbia mostrato un'alba di profezia nell'incontro tra Ebrei e Cristiani. Non per niente arrivò a parlare al Meeting di Rimini per l’amicizia fra i popoli.



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