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RECENSIONI/ “L’uomo è persona” un libro per riaffermare la nostra dignità

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Negli ultimi due decenni, con una intensificazione tendente a crescere, abbiamo assistito, soprattutto in Italia, al proliferare di studi, saggi, monografie e miscellanee sul tema della “persona”. Questa produzione tematicamente orientata è quasi esclusivamente di parte cattolica. Perché? Come si spiega questo fenomeno di incremento di interesse?

Due cause principali possono essere con facilità individuate: una prossima ed una remota. La causa remota è da individuarsi nell’arco lungo della storia del pensiero europeo, quella prossima è sotto gli occhi di tutti e consiste nell’attentato consumatosi prima nei testi di antropologia filosofica, di psicologia e di sociologia, e al presente in un’azione anche formalmente supportata, alla dignità personale dell’uomo, all’affermazione capitale che “l’uomo è persona”. La transizione plurisecolare che ha condotto alla situazione presente si è consumata nello stacco tra la natura dell’uomo e il suo essere personale o, detto in altri termini, tra la soggettività spirituale e l’essere persona.

Fino alla fine del XIII secolo le ricche e originali riflessioni sul mistero dell’essere personale, condotte primariamente in ambito trinitario e cristologico, continuano a gettare luce sulla realtà dell’uomo. Nel XIV e XV secolo i trattati sulla dignità e l’eccellenza dell’uomo vedono la sparizione del termine stesso “persona” benché la nozione permanga ancora integra nella mens  degli scrittori. Quel che avviene è una certa “distanziazione” tra personologia e antropologia. In particolare la meditazione personologica si arresta o arretra sia in teologia che in filosofia. E’ il primo passo.

Il secondo, che coprirà i secoli che vanno dal XVI alle soglie del XIX, vede una imponente affermazione unilaterale degli attributi, delle facoltà e delle proprietà personali in maniera ormai totalmente emancipata dalla realtà dell’essere persona dell’uomo. Quel che Lorenzo Valla nelle sue Elegantiae aveva auspicato, la riduzione della persona alle sue qualità, e quel che Cosimo Raimondi aveva scritto (Defensio Epicuri) a proposito della formazione dell’uomo «dalla natura», ormai sono criterio largamente acquisito. La natura umana, sia essa intesa nel suo livello razionale, coscienziale, volitivo o sensitivo, viene considerata in se stessa, come qualificante l’uomo in quanto tale, indipendentemente dalla sua dignità personale. Spinoza esprime tutto ciò indicando l’inutilità dell’uso del termine stesso di “persona”.

Il terzo passo, al culmine della separazione sistematica di antropologia e personologia (inizio del XIX e buona parte del XX secolo), vede il verificarsi della crisi dell’uomo in quanto soggetto ridotto alle sue facoltà di ragione e di volontà ed anche la loro tendenziale scomposizione. Si verifica una crisi della ragione quale fondo di consistenza dell’essere uomo e in generale della soggettività spirituale staccata dalla realtà dell’essere persona. Gli attributi, staccati dal fondo ipostatico, si autonomizzano. La sensibilità e l’emotività si affermano per se stesse, così il volere, la coscienza, la libertà, la vita. Il risultato ultimo di questo processo insieme di lacerazione e di assolutizzazione delle proprietà, rescisse dal soggetto personale, verrà ad essere la negazione del dato di natura. L’uomo affermerà Sartre, con intento diametralmente opposto a quello di Gregorio di Nissa e di Pico della Mirandola, non ha una sua natura determinata e può quindi «inventare se stesso».

«L’ultimo passo», come lo chiama C. S. Lewis nel suo saggio L’abolizione dell’uomo, è quello della manipolabilità indefinita intesa come chamce suprema, ma anche come alterazione pessima della definizione stessa di uomo (J. Habermas). La perdita dell’unità di antropologia e personologia conduce ai nostri giorni alla perdita di senso dell’espressione fondamentale secondo la quale “l’uomo è persona”. Laddove l’essere persona si definisce sulla linea relazionale fondamentale che va da Dio all’uomo o, altrimenti detto, nella partecipazione di sé che Dio fa all’uomo nell’«uomo Cristo Gesù».

Proprio durante la terza sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II (1964) Karol Wojtyla in un intervento alla Radio Vaticana riassunse uno dei principali guadagni del Concilio stesso con questa proposizione: «L’uomo è persona». Da questo intervento, poi pubblicato a Cracovia sul Tygodnik Powszechny prende il titolo il volume omonimo di Massimo Serretti (L’uomo è persona, Lateran University Press, Città del Vaticano).

Questo studio, che si muove sistematicamente tra filosofia e teologia, non procede sulla base di una ricostruzione o di una critica storica, ma si propone, in maniera ambiziosa, di ripresentare le basi di una ricollocazione della antropologia a partire da una personologia. Il riferimento alla meditazione trinitaria e cristologica è presentato per così dire “allo scoperto”, senza cavilli o allusioni che, nel fuoco dell’attuale controversia, rischiano più di confondere che di appianare la strada alla comprensione sulla verità dell’uomo. Nella metodologia assunta dall’Autore in questo studio pare valere l’espressione di Nicolaj Berdiaev: «Sembra che l’enigma della persona sia il più impenetrabile per il pensiero filosofico e quello che più di ogni altro abbisogna della Rivelazione, di nutrirsi della Rivelazione». Vale inoltre quel che affermava Romano Guardini in proposito: «Un sapere totalmente indipendente sulle cose della sfera spirituale-personale non esiste».

Complessivamente lo studio che ci offre Serretti costituisce un apporto ad un dibattito su un tema e una realtà fondamentali e sull’affermazione del quale si è edificata tutta la cultura europea occidentale ed orientale, latina e bizantina. Non per nulla, la cristologia di san Massimo il Confessore e la finezza oggi riscoperta e ristudiata dell’intreccio mirabile di persona e nature in Cristo, così come questo Padre della Chiesa ce lo ha offerto, orientano segretamente tutto il lavoro che sta dietro questo libro.

È forse giunta l’ora di spingersi oltre le secche che hanno determinato l’impasse del personalismo francese, già rilevate da Paul Ricoeur, ma da lui stesso non  superate. È forse giunta l’ora per il pensiero cattolico di dare buona prova di sé oltrepassando le divergenze tra “sostanzialisti” (la persona è sostanza) e “relazionali” (la persona è relazione), attingendo esplicitamente e senza pavidità alcuna al punto di unità che consente di comporre in maniera ordinata queste due verità parziali. Ciò non sarà però possibile senza un chiaro riferimento teologico. Si tratta forse allora di riguadagnare una filosofia, non più debole ed estenuata, a partire dalla teologia. Paul Ludwig Landsberg aveva imboccato proprio questa via. Ma è nel Concilio Vaticano II che “umano” torna ad essere l’attributo e “persona” il soggetto, dopo secoli di oblio: «dignitatis humanae personae». E qui si vede drammaticamente quanto la storia abbia a che fare con la grammatica.

 

(Lorenzo Romano)



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