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MEDIOEVO/ Identità e appartenenza, gli ingredienti di una civiltà viva

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«Tu sei per te stesso il primo e l’ultimo. Nella ricerca della salvezza nessuno ti è più fratello di te stesso e tu sei figlio unico di tua madre». Con queste pesanti parole intorno al 1140, Bernardo di Chiaravalle suggeriva a papa Eugenio III in quale prospettiva affrontare l’ardua missione di guida della Chiesa. Secondo il santo abate cistercense questo incarico non poteva prescindere dalla propria libertà e responsabilità individuale e aveva nel proprio io l’ultimo tribunale. Uno tra i più geniali studiosi della cultura e della mentalità del medioevo, Peter von Moos, ha recentemente definito queste espressioni come una delle più radicali formulazioni della coscienza individuale nell’età di mezzo.

L’uomo medievale, come le fonti ce lo trasmettono, non fu un individuo privo di volontà e di libertà, completamente assorbito dalla dimensione comunitaria e in balia di difficili circostanze. Non fu, però, nemmeno una personalità totalmente indipendente, sviluppata solo in se stessa, a prescindere dall’ambiente che lo circondava e con capacità espressive del tutto autonome. Gli interessi individuali da una parte e quelli sociali dall’altra, il processo di formazione dell’individuo e la costruzione della comunità, in epoca pre-moderna spesso non costituirono alcuna contraddizione, ma risultarono in una relazione di incremento reciproco.

Prendiamo ad esempio un elemento che caratterizzò fortemente la mentalità del medioevo, quello della salvezza ultraterrena. Era d’uso molto comune fin dai primi secoli che anche i laici, fossero essi soldati, mercanti, signori o semplici artigiani, si affidassero alle preghiere delle comunità religiose, che incessantemente, giorno e notte, intercedevano per loro presso Dio. Tale pratica era particolarmente sentita nei momenti cruciali della vita di un uomo o di una donna; non soltanto in prossimità della morte, ma anche in occasione di viaggi rischiosi, missioni militari, pellegrinaggi, eventi temibili. Questa forma di memoria aveva una dimensione prettamente comunitaria, ossia tutta la comunità religiosa pregava per tutti i fedeli laici che ad essa si affidavano. Essa possedeva però anche una forte componente individuale. Sono giunti fino a noi infatti centinaia di antichissimi codici ricolmi ognuno di migliaia di nomi di singole persone che avevano espressamente richiesto, in vita e in morte, un ricordo solo ed esclusivamente per loro. Queste fonti ci testimoniano come le commemorazionifossero valide ogni volta per un’unica persona, e non per un gruppo o per una comunità nel suo complesso. Ogni membro di una fraternità di preghiere doveva di conseguenza essere rappresentato dal suo proprio nome. Egli voleva che il suo nome fosse scritto e pronunciato, fosse presente insomma. E questo perché le pratiche commemorative potevano raggiungere soltanto singole anime. La salvezza era conseguita attraverso una comunità che era la Chiesa, ma ognuno si trovava solo di fronte a Dio.

Questo modo di pensare, frutto della tarda antichità, in cui la tradizione classica si era fusa con il cristianesimo, permeò tutta la mentalità medievale, anche nella sua dimensione più laica. Tra XII e XIII secolo, ad esempio, ci sono giunti in forma scritta trattati di pace e di alleanza tra città e comuni in cui furono dettagliatamente elencati centinaia di nomi di capi famiglia che singolarmente, uno per uno, avevano giurato di mantenere quegli accordi, facendo apporre il proprio nome sul documento.  

Nella forma identitaria una dimensione collettiva e una dimensione individuale erano inscindibilmente connesse. Come sostiene ancora Von Moos, a partire dall’espressione religiosa che si é poi diffusa un tutti gli ambiti della vita, l’identità di gruppo risultò il frutto di una educazione e di un consenso individuale verso una tradizione. Non esisteva l’uomo astratto, ma tanti uomini, simili e allo stesso tempo unici, che formavano una comunità. Questo potrebbe essere un suggerimento che giunge dal medioevo al dibattito attuale intorno all’identità. La formazione di un’identità di gruppo non può prescindere da una adesione personale. Il resto ha pericolosamente a che fare con la propaganda gestita dal potere dominante di turno.



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COMMENTI
26/02/2009 - Il buon Turpin, che sa che dice il vero (Enea Silvio Piccolomini)

"L’uomo medievale, come le fonti ce lo trasmettono, non fu un individuo privo di volontà e di libertà"... Piacerebbe fantasticare un po' su queste fonti trasmettitrici uomini, anzi un Uomo non privo di libero arbitrio. Ne chiederò conto al mio alter ego rinascimentale, se ne ha notizia. D'altronde, si sa che l'historia si puo` davvero deffinire una guerra illustre contro il tempo. E di tale metodologia storica l'autore dell'articolo mi pare lucido esempio.