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TEOLOGIA/ Inos Biffi: la grande ed umile avventura di “dire Dio” nel medioevo

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È appena uscito il quarto volume della serie Figure del pensiero medievale. Storia della teologia e della filosofia dalla tarda antichità alle soglie dell’umanesimo (coedizione Jaca Book-Città Nuova), intitolato La nuova razionalità. L’opera, dedicata al XIII secolo e composta da saggi dei maggiori specialisti del periodo, tratta della riscoperta di Aristotele in occidente, del pensiero arabo ed ebraico, delle scuole di Parigi e Oxford, dell’impostazione domenicana e francescana, per concludersi con un ampio studio su Tommaso d’Aquino. Nell’introduzione i due curatori, Inos Biffi e Costante Marabelli, citano proprio la risposta di san Tommaso alla domanda se sia lecito e rispettoso «dire Dio», cioè fare teologia: «Dio viene onorato con il silenzio non perché di lui non si dica nulla, o non si indaghi nulla, ma perché, qualunque cosa diciamo o indaghiamo su di lui, siamo consapevoli che abbiamo fallito nella nostra comprensione».

 

Dunque, chiediamo a Inos Biffi, una ragione consapevole al contempo delle sue potenzialità e dei suoi limiti. È così? Potrebbe spiegare meglio questo nesso così cruciale a partire dal contenuto di questo volume?

 

Esattamente: una ragione che Dio ha creato, a immagine del Verbo, perché comprenda e quindi perche da un lato trovi le orme di Lui nel creato e dall’altro accolga la Sua Parola, nella consapevolezza delle proprie risorse e del proprio limite. Dio sta sempre oltre l’orizzonte aperto all’intelligenza dell’uomo, ma questo, non che deprimere, stimola la passione dell’uomo per Lui, il desiderio di dirlo, quasi di “balbettarlo”. La teologia è questo desiderio e tentativo di “dire” Dio, a motivo dell’amore che si ha per lui, come risposta al dono della sua Rivelazione, di “dirlo” con la povertà, ma anche con la ricchezza del linguaggio e della forma umana, quasi proseguendo quella narrazione di Dio che è stata fatta dal Figlio suo Gesù Cristo nella storia della sua incarnazione. Per questo il teologo è umile e audace; anzi umile perché audace. E la stessa umiltà e audacia contrassegnano il filosofo, che, grazie alla ragione, si sforza di leggere le tracce di Dio nel mondo. Del resto Tommaso d’Aquino afferma che la ragione è quanto Dio ama di più tra quanto ha creato nell’uomo.

 

Che lezione viene al cristianesimo attuale dalla posizione appena ricordata. Mi riferisco in particolare alla frase con cui si conclude l’introduzione: «Quando la fede e la ragione si scolleranno, l’umanesimo non avrà da rallegrarsi». Quali le sembrano oggi i sintomi di tale scollamento?

 

L’accoglienza della Parola di Dio nella fede non è un rifiuto o uno spegnimento della risorsa intellettiva dell’uomo. La Parola di Dio è rivola all’uomo perché conviva in lui, e vi corrisponda con tutto il suo essere e quindi anzitutto con la sua facoltà intellettiva, che si trova risanata e promossa dalla Rivelazione stessa. La ragione fa parte dello stesso progetto unitario che tutto ha creato in Cristo e nella grazia. Chi crede non pensa di meno, ma di più; e chi pensa non crede di meno, ma dispone la sua ragione all’accoglienza. Tommaso dice che in particolare il filosofo – ma anche il teologo – deve evitare la presunzione (praesumptio), che è la madre di tutti gli errori. Se la ragione e la fede si oppongono, la ragione si chiuderebbe in questa presunzione e la fede perderebbe la sua destinazione antropologica. Una ragione “debole” pregiudicherebbe sia il pensare sia l’“intelligenza della fede”. Questa opposizione o debolezza mi pare segnino la nostra epoca culturale.

 

Questo libro si inserisce in un vasto progetto in sei volumi, di cui era già uscito il secondo, dedicato ai secoli X-XII (La fioritura della dialettica). Quindi attendiamo gli altri quattro che completano «il percorso che va da Agostino all’umanesimo».Qual è l’impostazione di fondo che anima questa monumentale impresa?

 

L’impostazione di fondo di quella che chiama “monumentale impresa”, alla quale hanno concorso pensatori e storici di tutto il mondo, è quelle di cogliere esattamente l’intelligenza della fede nella relazione alla varietà delle culture in tutto l’immenso spazio dell’epoca medievale – supposto che abbia senso parlare di “medio evo” –. In tal modo si possono avvertire le varie forme assunte dalla teologia (intellettiva, affettiva, estetica, ecc.) e la promozione molteplice ricevuta dalla filosofia stessa e in generale dalla cultura, “liberata” e incentivata a traguardi originali e fecondi.Da questo profilo la storia della teologia è un’avvincente e storia e della filosofia e della cultura.



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