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JEAN GUITTON/ L’uomo, quel limite alla perenne ricerca di senso

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Dieci anni fa moriva Jean Guitton, l’ultimo grande intellettuale cattolico francese, accademico di Francia e pittore per diletto, amico di letterati e pensatori, come Claudel, Mauriac, Mounier, Blondel, Teilhard de Chardin, di statisti, come De Gaulle, Pompidou, Chirac, Mitterand, di pontefici romani, come Giovanni XXIII e, soprattutto, Paolo VI. Ha partecipato come osservatore al Concilio Vaticano II e, su esplicito invito di Paolo VI, ha rivolto la sua parola ai padri conciliari quando stavano discutendo gli ardui problemi dell’unità dei cristiani. Di formazione era filosofo e la sua preparazione era temprata sugli autori e i temi più classici, quali il rapporto tra tempo ed eternità in Plotino e Agostino, quasi a tracciare il confine tra la declinante grande filosofia greca e il nascente e battagliero pensiero cristiano, che di quella filosofia si impossessava, per trovare soluzioni creative a problemi antichi, i quali trovavano nella Rivelazione una formulazione nuova e inaudita. Ma come era comprensibile, soprattutto in un pensatore francese, Guitton ha anche studiato Cartesio, Leibniz e Pascal, per confrontarsi con quella modernità, che tanta importanza ha avuto negli sviluppi della filosofia d’Oltralpe e nell’evoluzione del pensiero europeo; anche qui, allo scopo di verificare in che misura ragione umana e dato rivelato contribuiscano ad offrire soluzioni originali e persuasive ai problemi esistenziali più urgenti. L’incontro decisivo, dal punto di vista della sua personale riflessione, sarà quello con Bergson, che considererà suo autentico maestro e di cui sarà l’erede spirituale, quando, dopo aver insegnato a Montpellier e Digione, salirà sulla cattedra di Storia della filosofia della Sorbona.

Da un certo punto di vista, Guitton appare un pensatore atipico, più intellettuale e maître à penser che filosofo di professione in senso stretto; si riconosce maggiormente nel filone spiritualista e agostiniano-pascaliano, piuttosto che nel vivace movimento di rinascita e ripresa del tomismo, portato avanti, in quegli anni, da pensatori del calibro di Maritain, Gilson e Sertillanges. Su due punti insiste la sua riflessione filosofica: la ragione e la critica hanno i loro diritti, che vanno affermati in una ricerca rigorosa, consapevole della propria legittima autonomia, ma la condizione umana ha limiti intrinseci, che la speculazione razionale o gli artifici dialettici non riusciranno mai a colmare. Inoltre, anche se la storia ha una sua intelligibilità e una sua logica, non potrà mai essere pienamente spiegata su un piano meramente immanente, neppure ricorrendo a qualche “astuzia della ragione”: la trama del disegno divino può essere solo colta nei suoi contorni più ampi, ma non può essere resa comprensibile nei dettagli minuti attraverso l’esercizio delle nostre argomentazioni.

Per questo motivo, l’analisi della condizione umana richiede la pazienza rispettosa delle sfumature e il cesello per curare le minuzie, ben sapendo che il quadro complessivo sfuggirà sempre a una presa concettuale che pretenda di essere esauriente. E in questa interpretazione, che è anche lettura delle anime e discernimento degli spiriti, Guitton sarà un vero maestro, così come nei colloqui e negli incontri personali con Paolo VI, testimoniati in ben due volumi, da cui traspare un’amicizia intensa e discreta, ricca di raffinata sensibilità e profonda spiritualità, o quelli con Mitterrand, che hanno accompagnato l’anziano statista fin quasi alla soglia della morte e gli hanno offerto sprazzi decisivi di luce, anche attraverso riflessioni sul senso della vita e sul valore della mistica cristiana; oppure, quando, in visita alla capanna di Heidegger, cerca di rintracciarne il pensiero e le cadenze attraverso i gesti quotidiani, i lineamenti del volto, il mutare degli sguardi, i cenni della mano, o allorché con Heidegger intesse un muto dialogo guardando e sfogliando i libri della sua biblioteca, quasi a ripercorrere le tappe della sua formazione e della sua riflessione. Guitton ha collocato se stesso agli antipodi della posizione sartriana: egli non ha optato per il nulla e non ha inteso la vita come una passione inutile, ma ha scommesso per la speranza e si è affidato al futuro con atteggiamento positivo e costruttivo, mirando all’essenziale e sempre desiderando tornare a esso. Negli ultimi anni ha cercato, anche attraverso il dialogo con due fisici, di indagare il rapporto tra Dio e la scienza, attraverso il confronto con i temi e le difficoltà delle ricerche teoriche più avanzate e delle applicazioni più sconcertanti. La sua curiosità intellettuale si rivela così pari all’apertura del suo animo, nell’affrontare sfide sempre rinnovate, nell’incontrare persone e situazioni, nell’offrire una testimonianza profetica, piena di speranza.

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