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LIBRI/ Premiare i premiati: così si è rotto l'incantesimo del premio Strega

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Prima le polemiche sul premio Strega, poi lo scandalo Grinzane Cavour.Sembra davvero che il mondo letterario cui eravamo abituati con gli scrittori del primo dopoguerra non sia più così florido. I motivi sono tanti, sicuramente non sono i talenti ad esser venuti meno. Piuttosto è la crescente banalizzazione e commercializzazione delle lettere ad essere responsabile di uno spaesamento della critica e di una confusione generalizzata nel giudicare il valore di un’opera

                          

Professor Berardinelli, dopo lo scandalo Grinzane e le polemiche che dipingono il premio Strega come “campo di battaglia” delle case editrici, ritiene che i premi letterari siano in declino? Si tratta, a suo avviso, di accuse fondate o si sta esagerando?

 

Sulla fondatezza o meno di queste accuse non so molto perché non sono un “detective letterario”, ma semplicemente un critico letterario. E da critico devo dire che ho sempre avuto un’opinione piuttosto negativa di tutt’e due i premi in questione. Sia del Grinzane Cavour a causa del suo presidente sul quale nutrivo dei dubbi puramente culturali ma molto forti, non riuscendo a immaginare come potesse adeguatamente dirigere un premio prestigioso, sia per quanto riguarda il premio Strega. Quest’ultimo lo ritengo “il premio che premia il già premiato”. È un premio superfluo, tautologico.

 

Per quali motivi ha un simile giudizio?

 

Perché nel meccanismo dello Strega oramai si prende un romanzo che ha già avuto il proprio successo e lo si premia affinché abbia ancora più successo. Questa è la logica tremenda nascosta nella selezione. La cosa un po’ sorprendente è che a questa premiazione sono ogni anno puntualmente invitati a partecipare, in qualità di giurati, una quantità di intelligentissimi e rispettabilissimi intellettuali i quali evidentemente hanno scarsissimo o quasi nullo peso effettivo nel giudizio. Non riesco nemmeno a capire per quale motivo ci sia bisogno di simili votanti dal momento che negli ultimi anni si è sempre saputo chiaramente quale libro sarebbe stato premiato.

 

È stata dunque privilegiata una letteratura di stampo popolare e di valore scandente?

 

Non voglio dire assolutamente nulla sui singoli libri, perché può capitare che il libro di successo sia anche un libro che merita un certo successo. Ma un premio, per lo meno nella mia ottica, dovrebbe servire anche un po’ a scoprire qualcosa, dovrebbe cioè rivelare al grande pubblico, soprattutto se ha il potere di arrivare e comunicare con il grande pubblico, dovrebbe suggerire alla maggioranza dei lettori che leggono un libro l’anno qualche opera di cui probabilmente non hanno avuto notizia. Invece si suggerisce ai lettori proprio ciò di cui sono stati già abbondantemente informati dalla pubblicità.

Lo Strega è già da qualche anno ridotto così. Le dico che vent’anni fa, quando ricevetti il tesserino per partecipare alla giuria di premiazione non esitai a buttarlo in pattumiera. Ero giovane, ma già drastico nelle scelte di campo. Lo Strega non mi piaceva più.

Sia ben chiaro che non ce l’ho coi premi tout court. I premi in sé non sono un fenomeno negativo, dipende da chi decide, da chi è chiamato a premiare. Soprattutto dipende dal valore della discussione che avviene in occasione della scelta.

 

Esistono movimenti culturali liberi da questo tipo di commercializzazione delle lettere?

 

Ora come ora non credo abbia più senso parlare di movimenti letterari. Movimenti veri e propri non ci sono, ma anche se ce ne fossero non è detto che al giorno d’oggi siano interessanti. Devo dire che piuttosto conto sugli individui e sul fatto che costoro da singoli si esprimano pur con tutte le loro idiosincrasie, ma liberamente.  Il rischio che oggi questi singoli si possano associare in qualche corrente risiede nella grande tendenza contemporanea a massificarsi e ad assumere pareri conformisti. I singoli artisti ci sono, ma sono un po’ scoraggiati dall’ambiente italiano che tende al giorno d’oggi alla formazione di una socialità culturale un po’ perversa, una società culturale animalesca che diminuisce la libertà intellettuale.

 

 

Che cosa ha portato a questa degenerazione? Perché, ad esempio, le origini del premio Strega sono molto affascinanti ed è un peccato assistere a un suo declino

 

Non c’è stato un momento preciso, ma si è trattato di una continua trasformazione culturale e generale. Soprattutto si è assistito a un fenomeno che io definirei “quantitativo”. Un fenomeno che fa sì che tutti oggi scrivano. E quando tutti scrivono, e non esiste di conseguenza una società letteraria ristretta, allora è molto più difficile esercitare un giudizio. Un tempo esistevano nel mondo letterario alcune personalità che erano giustamente non autoritarie bensì “autorevoli”. Era impossibile pensare di poter dire a scrittori del calibro di Moravia o Pasolini «chi ti credi di essere?». Perché naturalmente loro credevano di essere quello che erano, e quello che erano era chiaro a tutti. Oggi invece c’è una tale confusione di valori e di riconoscimenti per cui sembra che nessuno abbia più il diritto di criticare nessun altro.

Questo assoluto relativismo e questa democratizzazione culturale ha portato ad una quasi paralisi del giudizio di valore sui prodotti di chiunque, a meno che non abbiano un successo generale e cioè appunto “quantitativo”. Ma non è detto che il successo quantitativo sia corrispondente alla qualità letteraria del prodotto. E qui si ritorna al discorso di prima

 

Anche la critica ha dunque subito un arresto?

 

Certamente. Dal momento che oggi il dio dell’umanità si chiama mercato, il libro di successo è conseguentemente anche un valore economico. E obiettare al libro di successo è pericoloso perché si viene immediatamente accusati di invidia. Se tu critichi un libro di valore, se tu critichi, come ho fatto io, Umberto Eco, vieni accusato di essere invidioso. Spero però seriamente che questo processo giunga a una conclusione e che non estingua il mondo della critica, che sebbene spesso vituperato, serve alla letteratura.

 

Un’ultima battuta sulle accuse mosse da Piergiorgio Odifreddi su un presunto piano segreto del Vaticano per screditare il Grinzane?

 

Odifreddi è un matematico che si è appassionato a dimostrare matematicamente l’inesistenza di Dio. È  però difficile che riesca a far la stessa cosa con l’esistenza del Vaticano, che è sotto gli occhi di tutti. Questo non gli va giù e quindi cerca di coinvolgerlo in ogni scandalo. Non voglio parlare di Soria perché non ne so nulla, ma ho il sospetto generale che alcuni personaggi del mondo accademico e culturale, il cui potere non è altrimenti spiegabile perché non dimostrano di avere nessuna eccellenza, siano creature che hanno alle spalle ben altro che il Vaticano. Consiglierei a Odifreddi di cercare più a fondo.



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