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STORIA/ Il dialogo fra Islam e Cristianesimo non nacque dall’Illuminismo ma dalla fede

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Visto da Occidente nel corso del «lungo Seicento» – periodo nevralgico nella storia del rapporto tra il mondo islamico e la Cristianità – l’islam appare diverso da come spesso lo si immagina. Ne illustrano la realtà complessa e multiforme gli atti di un convegno internazionale svoltosi a Milano e ora pubblicati da Marietti con il titolo L’islam visto da Occidente. Cultura e religione nel Seicento europeo di fronte all’islam.

Certamente il Seicento fu un periodo di guerre e di tensioni, soprattutto a causa delle pressioni dell’impero Ottomano; in Spagna e in Italia la mobilitazione contro i musulmani era tenuta viva nel popolo da confraternite e ordini religiosi, che rappresentavano con straordinarie scenografie le battaglie più cruente nelle piazze delle grandi città, comunicando in questo modo la violenza e la pericolosità del nemico. Quando però lo sguardo si sofferma su storie particolari di singoli uomini, emergono anche inaspettate possibilità di incontro.

Ci sono storie di schiavitù. I prigionieri, da entrambe la parti, stabilivano un punto di contatto tra le due culture. Se spesso essi rappresentavano solo una merce di scambio tra Cristianità e Islam, talvolta i rapporti tra padroni e schiavi erano meno violenti di quanto tramandato dalla vulgata e rappresentavano la possibilità di un incontro autentico.

Ci sono storie di cultura ed erudizione. Il XVII secolo – e non il secolo successivo come si è creduto per molto tempo – segna un passo importante nelle conoscenze occidentali sull’islam. A Milano l’ideale di conoscenza universale del cardinale Federico Borromeo lo portò a costituire una biblioteca di manoscritti arabi e a istituire un insegnamento della lingua che produsse grammatiche e strumenti di grande valore. Nello stesso periodo anche a Leiden, Oxford e Parigi si sviluppò un notevole interesse per lo studio della lingua araba, di cui si sottolineava, di volta in volta, la traducibilità o l’intraducibilità. Mentre i termini arabi o turchi utilizzati nei racconti dei viaggiatori in Oriente erano proposti in lingua originale, benché fossero traducibili, per sottolineare la «distanza» e provocare fascino o repulsione, il lavoro di traduzione dei missionari aveva l’obiettivo di presentare il cristianesimo in modo che potesse armonizzarsi con la cultura locale.

Ci sono, infine, storie di missione. L’idea che il cristianesimo fosse in accordo con la ragione e che l’uomo fosse un «essere ragionevole» alimentò nei missionari la convinzione della possibilità di convertire i musulmani con metodi pacifici. Se gli argomenti dei missionari erano molto simili a quelli dei loro predecessori medievali, il loro approccio era diverso: essi parlavano la lingua degli interlocutori, mostravano curiosità verso la loro cultura e davano grande importanza all’esperienza diretta con i musulmani, raccontata e tramandata con lettere, libri e manuali. Quando il musulmano non era più un’immagine astratta, ma un uomo in carne ed ossa, i missionari cominciavano a valorizzare anche alcuni aspetti della religiosità islamica, considerandoli una possibile una strada per condurre i musulmani all’«unica vera fede».

 

Lunedì 30 marzo, presso l’Università degli Studi di Milano – aula crociera alta, ore 17 – discuteranno di questi temi alcuni specialisti internazionali: Jocelyne Dakhlia, Bernard Heyberger, Mercedes García-Arenal. Un intervento conclusivo del professor Samir Khalil Samir mostrerà il percorso «dalla storia all’attualità».

 

(Carlo Picozzi)

 



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