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FILOSOFIA/ Da Tommaso Moro a Zamjatin, se la letteratura salva l’“io” dall’utopia

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«Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva?». Così si interrogava Nikolaj Berdjaev dopo essere stato espulso nel 1922 dall’Unione Sovietica, formulando una questione che segna un carattere peculiare dell’uomo contemporaneo. L’epoca moderna, infatti, è stata accompagnata dal fiorire del pensiero utopico, del discorso intorno a quel “luogo buono” (eu-topos) che ancora “non c’è” (ou-topos). Ma nel Novecento sembra prevalere un diverso atteggiamento, veicolato da opere saggistiche e soprattutto narrative di carattere anti-utopico o distopico. Un genere, quello distopico, che ha trovato grande sviluppo anche nelle espressioni artistiche più popolari, come i film “catastrofisti” e i fumetti di taglio “apocalittico”. Disagio, sospetto, se non paura e angoscia: ecco i caratteri della disposizione spirituale contemporanea verso il futuro.

Sarebbe però erroneo contrapporre la distopia all’utopia. Innanzitutto non si tratta di generi letterari omogenei. L’utopia è un genere letterario spurio, che sta a metà strada – pensiamo a Tommaso Moro o a Campanella – tra il trattato politico e l’opera narrativa. Le distopie come quelle di Zamjatin e Orwell, invece, sono romanzi a tutti gli effetti. Come ha notato Vittorio Strada, «l’utopia racconta la perfezione, mentre la narrazione (e il romanzo in particolare) riguarda l’imperfezione, ossia il movimento, il contrasto, la varietà». Non è un caso che i personaggi utopistici siano inverosimili e psicologicamente inconsistenti, meri portavoci di posizioni dottrinali. Al contrario, i romanzi distopici presentano una vicenda drammatica in cui i protagonisti acquistano uno spessore psicologico sempre più marcato: sono personaggi umani a tutto tondo. Già solo per tale circostanza, essi di collocano ai margini della società utopica in cui vivono, potenzialmente avversi a un mondo nel quale il possesso di una personalità distinta dagli altri è segno di volontà sovversiva. Le vicende dei protagonisti delle distopie descrivono la traiettoria del passaggio dallo stato di individuo-massa a quello di persona umana nella lotta contro un potere totalitario che cerca di impedire questa evoluzione.

Un secondo motivo per cui utopia e distopia non si possono contrapporre è che sono entrambi esercizi di pensiero critico nei confronti della società coeva. La differenza sta nel fatto che l’utopia produce intellettualmente un punto di vista esterno (quello della buona società che ancora non c’è) a partire dal quale effettuare la critica, mentre la distopia trova questo punto di vista in sacche di resistenza presenti nella società coeva stessa, la quale procede speditamente verso uno sviluppo disumano.

Ma c’è un terzo e più profondo motivo che impedisce di contrapporre utopia e distopia: la loro comune appartenenza all’orizzonte culturale moderno. La resistenza alla repressione totalitaria del desiderio passa in Zamjatin e Orwell attraverso l’esaltazione del valore liberatorio dell’istinto. Nella prospettiva anarcoide tipica di questi autori istinto, desiderio, energia e libertà sono tutti sinonimi che individuano la dimensione positiva dell’esistenza umana, cui si contrappone quella negativa dell’ordine, dell’entropia, della felicità pianificata e della razionalità. Come ha acutamente notato padre Francesco Ricci, l’unica via d’uscita che questi autori sembrano proporre è irrazionalistica: un nascondiglio dove possa aver luogo la libera espressione della propria istintualità e sentimentalità, avente come cifra il rapporto erotico. La distopia condivide con l’utopia la visione della libertà come autonomia, ma non riesce più a credere nella capacità emancipativa della ragione umana, la quale, anzi, essendo legge a se stessa, evidenzia la propria essenza repressiva. L’unica “legge” non alienante è l’istinto. In ciò la distopia fa emergere il filone irrazionalista e nichilista della filosofia moderna, secondario sino a fine Ottocento rispetto a quello razionalista e utopista. Una conseguenza di ciò è l’incapacità, da parte degli autori distopisti, di cogliere l’intimo legame tra massificazione sociale e individualismo: per loro la più alta forma di alternativa culturale all’utopia totalitaria è quella di un’ideologia libertaria avente come fulcro la difesa dell’individuo nei confronti dell’oppressione statale.

L’orizzonte comune cui utopia e distopia appartengono è quello del razionalismo moderno, il quale riconduce tutte le forme di razionalità a quelle tipiche delle scienze esatte. Applicare tali forme di razionalità alla realtà umana individuale e sociale (come fanno le utopie) ha un esito inevitabilmente repressivo, in quanto nega l’imprevedibilità della libertà umana. La conseguenza che il pensiero distopico trae è allora quella di condannare come repressiva la ragione in generale e di esaltare gli aspetti non razionali dell’essere umano. L’esito è disperante.

Ma i romanzi distopici contengono una risorsa spesso non tematizzata dai critici superficiali: i protagonisti, nella loro lotta di resistenza, hanno in comune una strategia apparentemente strana, la pratica della scrittura. Essi scrivono, anche se non sono sicuri che un giorno saranno letti da qualcuno. E leggono tutto ciò che riesce a sopravvivere alla furia distruttiva della censura. La pratica della scrittura e della lettura indica la scoperta di una forma di razionalità alternativa a quella scientifica, una razionalità narrativa che accompagna la costituzione del soggetto come un “io” allo stesso tempo unico e capace di empatia con gli altri “io”. Una pratica necessaria per ricercare il senso delle cose, per collegare passato presente e futuro in un nesso significativo, per riflettere e giudicare. La scrittura e la lettura come pratica generano lo spazio interiore di un’anima.

È forse questo il messaggio più profondo e originale dei romanzi distopici: non abdicare alla ricerca del senso, a quell’esercizio di pensiero che va di pari passo con la costituzione di un’interiorità capace di condivisione. È solo questo “io” che è capace di una resistenza non disperata a quella “atroce afasia”, a quella “brutale assenza di capacità critiche”, a quella “faziosa passività” che Pasolini denunciava sin dalla prima metà degli anni Settanta come caratteri di quella nuova forma di potere proto-totalitario che caratterizza le società contemporanee.



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