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CONFRONTI/ Romano Guardini e John Dewey: il cattolico e il laico uniti sull’esperienza educativa

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L’educazione come esperienza. Il contributo di John Dewey e Romano Guardini alla pedagogia del Novecento è il saggio da poco pubblicato, presso l’editrice “Aracne” di Roma, da Carlo M. Fedeli, ricercatore nella facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Torino.

 

Professor Fedeli, perché questo studio sull’educazione come “esperienza”?

 

Perché mi sembra che questo sia uno dei nodi cruciali dell’emergenza educativa che ha investito negli ultimi anni il nostro Paese, la nostra scuola e, più in generale, come si vede da molti segnali, anche la cultura europea e occidentale. Si può cercare di rispondere a questa emergenza con una rinnovata serie di analisi e discorsi, più o meno aggiornati, su che cosa non funziona nell’educazione dei giovani, nelle aule scolastiche, nei diversi ambiti di vita (lavoro, famiglia, società, Chiesa). Ma ci si può anche tornare a chiedere che cosa sia veramente, in sé, l’educazione, e come un’educazione autentica possa rispondere all’ampiezza – e anche gravità – dei problemi, con cui avremo sempre più a che fare in futuro.

Il saggio prende sul serio questa seconda ipotesi, e prova a svolgerla ricostruendo le concezioni di due grandi personalità del Novecento, John Dewey e Romano Guardini. Entrambi erano ben coscienti che non c’è vera educazione se non c’è reale “esperienza”, cioè rapporto vivo e significativo con le cose, gli avvenimenti e le persone.

 

Dewey e Guardini: il maestro del pragmatismo e della democrazia laica e liberal, e il professore di “visione cattolica del mondo”. Non è uno strano accostamento ?

 

Tutt’altro. Sono entrambi autori che, con la loro riflessione, il loro insegnamento e i loro scritti hanno esercitato un influsso enorme su molte generazioni di insegnanti e di educatori. Certo l’influsso di Dewey è più facilmente riconoscibile, essendo egli stato il padre e il maestro riconosciuto della concezione attivista e democratica della scuola e dell’educazione, che ha dominato nella cultura non solo americana, ma anche europea e italiana del Novecento. L’influsso di Guardini non è altrettanto appariscente, perché, a partire dalla Germania, sua terra d’adozione, esso si è irradiato lentamente, attraverso molti canali (fra cui la traduzione dei suoi scritti in diverse lingue, oppure la loro circolazione nei movimenti di studenti cattolici nelle scuole e in università), e nonostante il fatto che egli non fosse considerato un filosofo dell’educazione o un pedagogista in senso stretto, come è accaduto invece a Dewey.

Chi leggerà il saggio vedrà come ciascuno di loro, nella particolare situazione storica e culturale in cui ha vissuto, ha percepito e messo a tema la questione dell’educazione come “esperienza”: con quale sensibilità e apertura, con quanta passione di ragionevolezza e, naturalmente, anche con quali affinità e differenze, sia intellettuali che ideali.

 

Di solito, di fronte a un saggio scientifico, il lettore può temere di non essere all’altezza della terminologia, delle analisi… È così anche in questo caso?

 

Posso rispondere con ciò che mi ha detto una matricola, all’esame, qualche settimana fa. Volevo rendermi conto delle difficoltà, o meno, che aveva incontrato nella lettura, e così, prima di farle una domanda particolare, le ho chiesto un giudizio complessivo sul testo. Per risposta la studentessa mi ha mostrato le notazioni a margine che aveva apposto quasi su ogni pagina. Non erano solo richiami utili per lo studio, ma anche osservazioni che si riferivano alla sua esperienza come assistente ed educatrice in un centro pomeridiano di aiuto per ragazzi difficili, presso una popolosa parrocchia salesiana. Aveva spesso riconosciuto la pertinenza di questo o quell’aspetto delle concezioni di Dewey e di Guardini rispetto ai fatti, ai problemi e alle questioni educative che toccava con mano, ogni volta che si accostava ai ragazzi. Al punto che andava a fare il doposcuola portandosi dietro il saggio… Ecco: più che “difficile”, definirei “attivo” il libro, perché chiede a chi lo prende in mano di essere disposto a guardare e compiere l’esperienza – non solo di lettura, ma anche di paragone – in rapporto alla quale è stato concepito.



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