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PROPOSTA/ “Sussidiarietà culturale”, una via contro il declino del Bel Paese?

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In questi ultimi mesi il tema cultura è stato, come raramente accaduto nel passato, quasi tutti i giorni sulle prime pagine dei giornali.

Grandi progetti di restauro mal finalizzati, inaugurazioni inopportune, tagli ai bilanci, polemiche inerenti a nomine e dimissioni da incarichi direttivi, scandali per distrazione di fondi e frodi su finanziamenti pubblici ecc. hanno in poco tempo azzerato quanto da tempo si andava costruendo nel campo culturale ampiamente inteso in merito all’unica vera “miniera d’Italia”: i Beni Culturali (e paesaggistici) appunto.

Non di sola industria vive un’economia come quella italiana ma anche di valorizzazione del proprio patrimonio, delle antiche radici e tradizioni della propria storia e infinita ricchezza di opere d’arte: questo lo slogan che da anni un po’ tutti, sia i convinti operatori del settore sia gli opportunisti politici ed ex industriali fallendi, andavano proclamando nel tentativo di ridare un po’ di fiato allo stentato Pil italico.

Ma nessuno si è mai impegnato a meditare su come questo avrebbe potuto avvenire, su chi era veramente in grado, e non solo titolato, di guidare una simile impresa e infine sulle regole necessarie per rendere credibile e “giocabile” questa nuova intrigante partita che effettivamente riguarda centinaia di migliaia, se non milioni, di persone che a vario titolo operano in questo mondo così particolare e di eccellenza, almeno ipotetica.

Come in pochi altri campi della società e dell’economia i criteri e le norme che regolano, o dovrebbero, l’azione umana sono stati visti, rivisti e riformati svariate volte grazie a Riforme, Codici, Testi Unici ecc. che però poco hanno inciso sulla concretezza delle necessità amministrative e operative.

Infatti tali testi legislativi, sempre stilati da alti nomi della “intellighentia”, composta da intellettuali e teorici della cultura della Penisola, quasi mai raggiungevano lo scopo di scalfire le vecchie prassi burocratiche ed intervenire con provvedimenti innovativi e mirati all’efficienza nella gestione e finalizzati alla miglior fruizione possibile.

In questo contesto si sono create, come purtroppo spesso accade nel nostro Paese, categorie di operatori di serie A, B, C e via dicendo.

Alcune elite, frequentanti salotti, circoli, gabinetti ministeriali o studi accademici, hanno potuto fare il bello e il cattivo tempo per tutti, disponendo in modo eccessivo di risorse spese in molti casi senza un reale rigore gestionale e con pochissima attenzione rivolta ai potenziali ritorni economici ed occupazionali.

Ottenendo però paginate intere sui quotidiani e servizi abbondanti sui media che ne riflettevano le mirabolanti iniziative senza mai verificarne criticamente il reale costo, il valore effettivo e la ricaduta come investimento per la collettività che li aveva finanziati quasi integralmente, essendo il mecenatismo privato pressoché inesistente in Italia a causa appunto di norme e regolamenti soffocanti.

Questo clima è stato determinante anche per chi invece, non vantando certe aderenze, si doveva accontentare, ogni tanto, di ottenere qualche piccolo contributo per progetti mai valorizzati realmente, ma solo tollerati, ed accettare di operare al “servizio” degli Enti, (praticamente tutti Pubblici comprese le cosiddette Fondazioni private di ultima generazione che comunque senza i denari di Stato, Regioni e Banche non fanno nulla…) come prestatori passivi di mano d’opera; quasi mai vedendo valorizzate le competenze, i titoli, l’esperienza, la flessibilità e la passione che animava il loro tentativo di creare un’occupazione particolare quale risulta essere quella così altamente qualificata degli operatori culturali.

Mi riferisco alle svariate Cooperative ed Associazioni culturali, di varia natura e colore (se ancora esiste) che operano in modo capillare in ogni più recondito comune della nostra Italia.

La loro debolezza, essere numericamente quasi infinite, per lo più piccole e non generate dall’alto del potere ma dal basso della passione e della conoscenza vera del patrimonio risulta essere anche la loro vera forza: infatti nessuno come queste piccole realtà associative o imprenditoriali conosce la situazione reale, le criticità esistenti e le potenzialità future di ogni tipo di risorsa culturale, paesaggistica, storica, artistica, archeologica, architettonica del proprio territorio.

Cooperative ed Associazioni, migliaia o centinaia di migliaia, che incarnano il “genio italico”: sia per l’attenzione per il Bello sia per l’inventiva instancabile nel rivalutare e ricreare nuove forme di arte e di occupazione, secondo il principio di sussidiarietà, recentemente riscoperto ed accolto anche nella nostra Costituzione, ma che nei fatti e nella prassi esiste in ogni popolo ed in particolar modo in quello italiano, ché infatti tutta l’articolata composizione economica e sociale costruita nei secoli si è creata a partire da esso.

Spiace ora assistere, a causa degli scempi e sperperi compiuti dai pochi (anche se sempre troppi, perché ogni parte ha i suoi ed ogni localismo ne ha adottato e magnificato qualcuno) eletti, ad un allarme generale che, come al solito, scappati i buoi vuol chiudere a quattro mandate il portone della stalla, includendo nella censura tutti indistintamente auspicando regole ferree (come le precedenti d’altra parte, salvo che per i “prediletti”) e controlli centralisti da MinCulPop.

Risulta ancora più incredibile come non si abbia il coraggio di guardare i fatti e non solo le teorie: infatti le regole ci sono sempre state, anche troppe, ed è solo la superficialità dei politici di turno e l’incompetenza dei funzionari pubblici delegati al loro controllo, e a volte forse la malafede, ad aver reso possibile tali e tanti scandalosi sprechi o addirittura truffe, come le cronache oggi ci fanno notare.

Paradossale quindi credere che nuove “Tavole della Legge” bastino a cambiare le modalità di erogazione di fondi per la valorizzazione e gestione dei beni culturali se innanzitutto queste presunte nuove regole non verranno pensate e scritte a partire dalla realtà, ovvero dal confronto ideale e concreto con gli operatori del settore che finora sono stati silenziosi e fin troppo umili a far la guardia alle loro piccole casupole e pollai, non regge e nemmeno scuderie reali, che non solo non hanno lasciato fuggire alcun capo di bestiame ma anzi hanno contribuito a creare un’occupazione giovanile colta, fiera delle proprie tradizioni ed innovativa per il futuro.

Le nuove norme, se proprio saranno pensate, dovranno rendere meritocratico e “calcolabile” l’investimento (perché non di mera spesa si tratta) fatto dallo Stato e dagli enti locali per la cultura: quanti nuovi occupati regolari creati, quanti visitatori ad una mostra, quanto indotto verificabile crea un restauro o un’inaugurazione per altri settori dell’economia quali il commercio, il turismo o l’immobiliare; ed in base a questi parametri “premiare” le iniziative dei soggetti privati e non-profit proponenti, allargando non solo i cordoni della borsa per le iniziative future, ma anche le maglie della “cintura di castità” dell’asfissiante burocrazia esistente che in nome della tutela, certamente necessaria, data l’unicità e delicatezza del patrimonio, ha creato molti cimiteri, costosi da mantenere e scarsamente frequentati.

 

 

(Andrea Ferraris, Rappresentante del Consorzio Beni Culturali in Italia per FederCultura di Confcooperative)



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