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STORIA/ Perché il “caso Katyń” è stato archiviato nel dimenticatoio collettivo

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Negli ultimi mesi può essere capitato di imbattersi in qualche (per lo più raro) articolo di giornale o partecipare a qualche (ancora più rara) discussione riguardo al “caso Katyn”. Katyn è il titolo dell’ultimo film del grande regista polacco Wajda, che narra la storia del massacro di migliaia di ufficiali polacchi compiuto dai sovietici nella primavera del ‘40. Caso, invece, si riferisce al fatto che, in Italia, le sale cinematografiche che hanno proiettato il film, spesso in programmazione in una fascia oraria pomeridiana di improbabile successo, si contano su una mano. Nasce spontanea la domanda del perché un film che in Polonia è stato visto da 8 milioni di persone e che è stato candidato all’Oscar 2008 come miglior film straniero, nel nostro Paese meriti una tale sorte. Non sorprende che anche il fatto storico in sé sia sconosciuto ai più, purtroppo anche in numerosi ambienti accademici. Uno dei pochi studiosi che ha fatto luce, attraverso l’analisi dei documenti rinvenuti negli archivi di Mosca, su quella che si può definire una delle falsificazioni storiche più eclatanti dell’ultimo secolo, è il professor Victor Zaslavsky, ordinario di sociologia politica presso la LUISS di Roma, che nel suo libro Pulizia di classe. Il massacro di Katyn (Il Mulino) presenta l’esito dei suoi studi.

Il 23 agosto 1939 venne firmato dai ministri degli esteri nazista e sovietico il Patto Ribbentrop-Molotov, che prevedeva la spartizione della Polonia tra le due potenze confinanti. Durante l’occupazione di più di metà del Paese, i sovietici catturarono e internarono circa 20.000 ufficiali dell’esercito polacco, in gran parte intellettuali, professori universitari, avvocati, funzionari statali. Il 2 marzo 1940 il Politburo ne decretò la fucilazione e i corpi furono sepolti in fosse comuni nel bosco di Katyn. Nell’estate del ‘41, durante l’avanzata dell’esercito tedesco verso Mosca, vennero scoperti i resti del massacro, ma la propaganda sovietica iniziò una sistematica campagna di falsificazione, attribuendo la responsabilità ai nazisti. Per quasi cinquant’anni, grazie anche ai silenzi e alla connivenza degli Alleati occidentali, la verità rimase nascosta fino alla complicata e tutt’ora parziale apertura degli archivi segreti dell’URSS.

L’esecuzione degli ufficiali polacchi può essere compresa appieno solo se la si inscrive nel più generale processo di “pulizia di classe” che i sovietici attuarono nei territori da loro occupati. «Il massacro di Katyn è esemplare - afferma Zaslavsky - per quanto riguarda due essenziali caratteristiche interdipendenti dei sistemi totalitari del Novecento: l’uso sistematico del terrore e il ruolo dell’ideologia come guida per il terrore». Queste due peculiarità rappresentano il denominatore comune del regime nazista e di quello sovietico: obiettivo connaturato di entrambi era, infatti, l’eliminazione fisica di intere categorie di cittadini ritenuti “nemici” per il solo fatto di esistere, gli ebrei in quanto gruppo etnico, la borghesia come classe sociale nemica del popolo. Per dimostrare come l’ideologia della lotta di classe diventi linea guida di indirizzo politico, Zaslavsky presenta una disposizione del 1918 in cui un dirigente della polizia segreta sovietica (CEKA) afferma: «Non stiamo lottando contro persone singole, ma stiamo sterminando la borghesia come classe. Non bisogna cercare la prova che l’accusato abbia agito contro il potere sovietico. Le prime domande che bisogna porsi sono: a quale classe appartiene? Quale la sua origine sociale, istruzione, professione? Ed è la risposta a queste domande che deve decidere il destino dell’accusato».

Qualche tempo fa, dalle colonne del Corriere, il vicedirettore del quotidiano milanese Pierluigi Battista ha commentato così l’uscita passata in sordina del film di Wajda: «A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, del comunismo e delle decine e decine di milioni di vittime di cui è costellato il suo cammino ovunque (sì, ovunque) oppressivo e cruento, non importa granché a nessuno (…); si è imposta, non per ordine censorio ma per spontanea adesione ad un luogo comune, l’idea secondo la quale, a comunismo morto, l’anticomunismo non è che ossessione minoritaria di passatisti risentiti e nostalgici della guerra fredda. Immaginate lo scalpore che susciterebbe l’idea secondo la quale, a fascismo morto, anche l’antifascismo fosse una patetica sopravvivenza del passato. Ma sul comunismo, nessuno scalpore. Nel mondo della cultura. Nel dibattito pubblico. Al botteghino in cui l’anticomunismo fa mestamente flop». Sembra di rivivere, in modo più sfumato, la tormentata vicenda dei silenzi su Katyn imposti durante gli anni del dopoguerra: chi metteva in discussione la versione ufficiale sul massacro era duramente accusato di difendere i crimini e gli orrori del nazifascismo. Accadde al cattedratico napoletano Vincenzo Palmieri, che, in quanto medico membro della Commissione Indipendente che accertò la piena responsabilità sovietica del massacro di Katyn, subì pesanti pressioni e minacce dal PCI partenopeo affinché abbandonasse l’insegnamento universitario. Così accade che oggi i cinema rimangano vuoti a causa di un preoccupante disinteresse che aleggia su una certa parte di storia “scomoda”, intorno alla quale si è creata una tacita adesione a presunte posizioni ufficiali, che non si vogliono mettere in discussione.

Di fronte alla vicenda storica di quasi settant’anni fa e al “caso Katyn” scoppiato oggi in Italia, si rende urgente, per chi studia e vive in Università come chi scrive, rispondere alla domanda: che cosa vuol dire studiare la storia? È come afferma l’accademico russo Pokrovskij, il quale scrive che «la storia è la scienza più politicizzata tra quelle esistenti perché è la politica di oggi proiettata nel passato», posizione che di fatto ne legittima ogni interpretazione, oppure è lecito parlare di verità, di ricerca del vero? Il Professor Zaslavsky, concludendo una lezione di presentazione del libro già citato all’Università Statale di Milano, ha sostenuto che non si può stabilire la verità basandosi su interpretazioni o partendo da posizioni precostituite, ma che «devono essere stabiliti i fatti, è la verità fattuale che deve essere ricostruita per poter parlare di verità storica».

Questo è il compito dello storico e di chiunque affronti seriamente l’avventura dello studio.

 

(Roberto De Cani)



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