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IMMIGRATI/ La difficile integrazione dei romeni vista dalla loro parte

Pubblicazione:sabato 4 aprile 2009

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Concludiamo la nostra piccola inchiesta sulla Romania con una voce proveniente da quel paese, quella della professoressa Violeta Barbu, dell’Università di Bucarest.

 

Come sono percepite in Romania le ricorrenti notizie di cronaca nera che vedono protagonisti in Italia persone del vostro paese?

 

La percezione della cronaca nera italiana che ha come protagoniste persone di cittadinanza romena dipende dai messaggi trasmessi dai mass/media romeni e dai commenti aggiunti dai politici romeni. Si possono perciò individuare diversi elementi di questa percezione. Quello dominante è la manipolazione politica, frutto di un’insistenza ostinata dei media italiana sui casi romeni, quando la percentuale dei delinquenti romeni nelle statistiche della criminalità non giustificano tale insistenza. La delinquenza romena sarebbe un “capro espiatorio” per altre paure che attraversano la società italiana: la crisi, la mancanza di sicurezza, la xenofobia. Il secondo elemento è l’imbarazzo. All’opinione pubblica romena sembra chiaro che la maggior parte dei reati gravi sia commessa dai cittadini romeni d’etnie rom, pero fare la distinzione fra etnici romeni ed etnici rom non è una scusa, a parte il fatto che non sia giusto di punto di visto della correttezza politica. Da ultimo, emerge un sentimento di grande frustrazione rispetto ai sforzi concreti che le autorità romene dovrebbero fare in questa vicenda.

 

Come mai l’integrazione in Italia appare così difficoltosa?

 

Rispetto ad altri paesi dove l’immigrazione romena e forte, Spagna per esempio, dove sono registrati 800 000 romeni integrati senza difficoltà, per noi (i romeni della Romania) risulta ovvio che la differenza maggiore viene data dalla disfunctionalita del sistema italiano: autorità, polizia, giustizia e probabilmente da una storia diversa della convivenza con la diversità. In Italia, le persone portate alla delinquenza provenienti della Romania hanno trovato lo stesso livello di permissività che c’e nel loro paese d’origine (incoerenza nella posizione dei politici che oscillano tra estremismo e indifferenza, connivenza con la polizia, lassismo giuridico, buchi nell codice di procedura penale eccetera). Nonostante una forte cultura cattolica di accoglienza che caratterizza la Spagna e Italia, la società italiana non sembra preparata a ricevere un flusso importante d’emmigrazzione straniera. Mentre la Spagna gestisce meglio questa accoglienza storicamente radicata nel suo ex impero coloniale, Italia sembra traumatizzata della presenza massiccia e inaspettata dei romeni, albanesi, marocchini eccetera. Le politiche d’integrazione sviluppate da lungo tempo da paesi come la Francia e la Germania non sono sull’agenda politica delle autorità italiane. Invece, si reagisce addirittura con delle misure non coordinate tra vari ministeri e le autorità locale, senza guardare all’esperienza positiva dei paesi vicini. La Francia e “terra d’accoglienza” per gente proveniente non soltanto dagli stati europei, ma dall’Africa e dall’Asia, in altre parole extracomunitari. La Germania ha accolto nei anni 70/80 4 milioni di turchi e 2 milioni di balcanici, sopratutto serbi, sviluppando politiche di integrazione positiva, , programmi sociali e culturali mirati, protezione sociale.

 

L’ingresso nell’Unione Europea che tipo di trasformazioni culturali ha prodotto?

 

Un notevole cambiamento culturale è la libera circolazione delle persone. L’immigrazione per lavoro e stata la maggior trasformazione culturale, con benefici e costi. I benefici sono di ordine economico e sociale. Dalle regioni meno sviluppate della Romania, la gente si è messa in movimento a cercare un lavoro nei paesi occidentali o vicini (Ungheria). I soldi mandati a casa sono entrati in circuito di consumo, ma anche in investimenti in alloggio, automobile, e anche per mettere in piedi piccoli imprese. La cultura del lavoro si è migliorata, le persone sono tornate portando con loro un’esperienza milgiore. I costi si registrano sopratutto nelle famiglie spezzate e nei bambini abbandonati coi nonni, parenti o vicini di casa.

 

Come valuta la situazione del cristianesimo, e del cattolicesimo in particolare, nel suo paese?

 

Secondo i sondaggi, il 90 per cento del popolo romeno si dichiara credente. La Chiesa Ortodossa è un’istituzione che gode di alta stima; la maggior parte della popolazione (84%) appartiene a questa confessione. I cattolici (romeni, ungheresi e tedeschi) non superano 8%. La Chiesa Ortodossa è onnipresente nello spazio pubblico. Negli ultimi anni, l’ortodossia ha fatto sforzi per aggiornare la sua posizione nella società, attraverso l’impegno sociale, le opere di carità, la dottrina sociale. L’insegnamento della religione è opzionale nelle scuola pubblica e non c’è un insegnamento alternativo confessionale privato. I cattolici hanno liberta di culto, ma in realtà sono emarginati nella vita pubblica. Più difficile è la situazione dei cristiani greco-cattolici (ortodossi uniti alla Chiesa Romana). Questa comunità è stata soppressa durante il regime comunista, i suoi beni confiscati e tutto l’episcopato imprigionato. La Chiesa greco-cattolica di Romania non ha ancora ricevuto le sue chiese confiscate in favore della Chiesa Ortodossa. Il nuovo progetto di legge del culto religioso in dibattito al parlamento non corregge questo abuso.



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