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STORIA/ Il ’600 e l’arte del canto per “rivivere” la Passione di Cristo

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I grandi santi e i leaders carismatici del rinnovamento cattolico da cui è uscita la Chiesa dei tempi moderni non si accontentavano di mezze misure. Catturati da un ideale totalizzante, volevano che il mondo in cui vivevano ne fosse investito e ne avvertisse il fascino profondo. Come scrisse uno dei loro seguaci agli inizi del 1600, bisognava darsi da fare, cominciando dai vertici delle élite nobiliari, dalle classi colte e dai ceti di governo, per creare un “mondo nuovo”, dove fosse “bandito il vizio dalla terra” e potesse rifiorire una seconda “età dell’oro”. La loro ambizione era la “vera e perfetta riforma”: sull’esempio di coloro che avevano dato vita alla splendida cristianità delle origini, la rigenerazione che ci si attendeva avrebbe dovuto portare come frutto quello di “riformare il mondo a vera vita cristiana”. C’era anche una vena utopica in queste aspirazioni che si dilatavano all’intero orizzonte della società umana, proiettandosi dal cuore dell’Europa verso i confini di un universo che cominciava ad assumere contorni veramente planetari. Ma la cosa grandiosa è che l’utopia della riforma cristiana del XVI-XVII secolo non è rimasta una proclamazione retorica. Si è impastata con la storia e i problemi concreti degli uomini. Si è calata nelle fibre più profonde della loro esistenza e si è dotata di tutta una complessa attrezzatura di strumenti, di tecniche e di proposte educative per raggiungere la coscienza degli individui e plasmare i loro comportamenti, le loro trame di relazione, il modo in cui si viveva la famiglia così come il lavoro o l’innesto nella comunità civile. Occorrevano parole nuove. Una nuova scuola. Quindi nuovi testi da far circolare, una predicazione più incisiva, un nuovo clero, una nuova cultura, una nuova arte, una nuova musica, una mentalità cambiata. Il pilastro di appoggio fondamentale per diffondere la presenza cristiana all’interno della realtà sociale divenne, a partire da allora, la rete delle confraternite dei laici. Anche su questo fronte i religiosi della Compagnia di Gesù, nata dal carisma trascinante di Ignazio di Loyola a metà del 1500, furono tra i pionieri più lungimiranti del nuovo cattolicesimo in via di costruzione.

Dovunque mettevano radici, li vediamo impegnati nel favorire lo sviluppo di una rete di aggregazioni a cui si legavano i gruppi numerosi di fedeli che accettavano di essere accompagnati nell’approfondimento della loro vocazione cristiana. Non erano, però, aggregazioni che livellavano la grande varietà delle condizioni di vita della massa dei battezzati, riassorbendoli nella piatta uniformità di un gregge indistinto e solo subalterno. Per mettersi alla scuola dei gesuiti, non era necessario spogliarsi della propria identità di uomini con ben distinti doveri e precisi compiti da esercitare per il bene complessivo della collettività. La trama delle confraternite create facendo perno intorno ai collegi di istruzione e alle case della Compagnia di Gesù si sovrapponeva, al contrario, alla gerarchia strutturata del corpo sociale: in essa rifluivano la realtà delle professioni, le solidarietà di ruolo, la logica della preferenza e dell’amicizia fra persone della medesima cerchia.

La storia della presenza dei gesuiti nella realtà urbana di Milano è la conferma eloquente di questa strategia dell’incarnazione. Già all’aprirsi del 1600 intorno alla casa dei gesuiti di S. Fedele gravitavano tre distinte congregazioni mariane: una per i nobili o “cavalieri”, una per i mercanti e la terza per gli artigiani. Più tardi presero avvio una confraternita di ecclesiastici, una seconda congregazione aristocratica dedita al culto della sepoltura o “Entierro” del corpo di Cristo deposto dalla croce e un oratorio della Penitenza. Un secolo dopo, all’inizio del 1700, i sodalizi ospitati dai gesuiti erano diventati 14, e altri ancora si aggiunsero nel secolo conclusivo dell’Antico Regime. Presero vita confraternite caritative per l’assistenza ai carcerati e ai mendicanti, una congregazione dei “figliuoli”, una per gli uomini di legge, altri sodalizi ancora per le professioni più strettamente legate al servizio della nobiltà e dei ceti sociali elevati: per i paggi, per le cappe nere, per i parrucchieri, gli staffieri, i musici.

La marcia continua di espansione della proposta educativa dei gesuiti dentro il tessuto ramificato delle professioni e dei corpi sociali si unì alla progressiva messa a punto del loro modello di uomo credente con i piedi ben piantati per terra, allenato a tenere unito lo spirito della devozione cristiana con le circostanze oggettive dei legami e delle responsabilità “di questo mondo”. La terra e il cielo non potevano restare separati: l’amore per la salvezza eterna dell’individuo spalancava la vita dell’uomo al suo vero significato ultimo e dava un senso più alto alla fatica di ogni giorno. Per raggiungere i suoi destinatari, il messaggio lanciato dai gesuiti non esitava a piegare al proprio servizio tutti i più efficaci mezzi di comunicazione offerti dalla cultura del loro tempo: l’arte della parola, il teatro, il linguaggio delle immagini, la stampa di largo consumo, il cerimoniale degli atti simbolici continuamente ripetuti nel tempo. Forse in cima a tutto il resto, si impose l’uso sapiente del canto e della musica per una pedagogia resa dolce, penetrante, capace di catturare l’intelligenza non meno che gli affetti del cuore e i sensi terreni.

Il vertice artisticamente più significativo dell’impianto religioso allestito dai gesuiti di Milano divenne, a partire dai decenni terminali del 1600, il ciclo degli oratòri dei cinque venerdì di Quaresima patrocinato dai nobili della congregazione dell’Entierro. Al centro del sacro rito, l’esecuzione di una cantata affidata a cantori professionisti, su musiche ogni volta composte per l’occasione, consentiva di riattualizzare la memoria dei momenti fondamentali della Passione di Cristo, ripercorrendoli in serie come fossero le stazioni di una ideale via crucis; oppure, in un’altra prospettiva, li rileggevano alla luce delle storie dell’Antico Testamento interpretate in chiave allegorica, o ancora soffermandosi su dettagli essenziali della storia culminante della salvezza: come le ultime parole di Cristo morente, le lacrime dei testimoni del suo sacrificio, il ruolo della Madre dolorosa e degli amici più intimi rimasti ai piedi della croce. Una settantina sono i libretti sopravvissuti con i testi utilizzati per consentire al pubblico di seguire lo svolgimento della celebrazione, che arrivano fino all’anno della soppressione dell’ordine dei gesuiti (1773). Di otto di queste cantate settecentesche si conserva la partitura musicale completa, sulla base della quale sono state realizzate le incisioni moderne attualmente in commercio (Giovanni Battista Sammartini, Naxos 8.570253-4 e 8.557431-2).

Il brano che si allega come semplice esempio è il coro finale delle tre Marie nella cantata del V venerdì di Quaresima del 1759: L’addolorata divina madre. La forza emotiva del testo è una ferita straziante del cuore, che però diventa subito preghiera, domanda di immedesimazione, quindi atto di compassione e di vera memoria: una memoria che rende di nuovo vivo e presente il mistero contemplato da un io che “guarda” e si mobilita in quanto intimamente partecipe. Ma questo Stabat mater rimesso in scena davanti alla platea aristocratica dei nostri nobili antenati del Settecento è solo una piccola finestra spalancata su un intero universo di pratiche e di gesti che ancora ci interpellano: se appena sappiamo prestare ascolto alla suggestione del loro fuoco segreto.



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