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ISLAM/ Samir Khalil Samir: “per gli arabi aprirsi è salvarsi dal fondamentalismo”

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«Tutte le volte che il mondo arabo si è aperto ad un’altra cultura ha fatto un passo avanti: non perché la cultura araba sia inferiore, ma semplicemente perché l’incontro-scontro con altre culture suscita sempre una riflessione ed un dibattito». A dirlo è il gesuita egiziano Samir Khalil Samir, professore di storia della cultura araba e islamologia all’università St. Joseph di Beirut. A conclusione del convegno Cristianesimo e Islam nel Seicento tra conflitto e confronto: un bilancio storiografico, svoltosi il 30 marzo scorso presso l’Università degli Studi di Milano, Samir ha proposto una breve, intensa panoramica del rapporto Islam-Occidente, introducendo una prospettiva storica fondamentale per la comprensione del presente (Dalla storia all’attualità il titolo del suo intervento).

Dalle parole di Samir è emersa una millenaria vicenda di incontri, che ha le sue origini nell’alto medioevo ed il suo cuore in un inaspettato e fecondo secolo diciassettesimo. I grandi protagonisti di questo racconto sono stati i cristiani arabi, da sempre il ponte tra Oriente ed Occidente, il legame che ha fornito al mondo musulmano l’occasione di aprirsi all’Europa cristiana e viceversa, con conseguenze sempre rilevanti.

Tre sono le grandi tappe individuate da Samir. Quando, nel IX secolo, il califfato abbaside “scoprì” la cultura classica - rimanendone affascinato – incoraggiò un’opera di traduzione dei testi greci che ebbe il suo epicentro ed il suo stimolo nel lavoro della comunità cristiana siriaca. Seguendo un severissimo metodo critico la cui validità permane ancora oggi, questi cristiani siriaci tradussero e commentarono per gli arabi tutte le opere scientifiche e filosofiche della tradizione greca. Grazie a loro, i pensatori musulmani poterono impossessarsi delle opere di Aristotele, di Galeno, di Ippocrate, sviluppando a loro volta una scienza ma anche una filosofia araba dotata di una propria vivace, distinta fisionomia: Al-Farabi, Qusta Ibn Luqa, Avicenna, Ibn al Nabi e naturalmente Averroè ne sono l’espressione più eloquente. «Il rinnovamento, il nostro rinascimento – sottolinea Samir - ha luogo nel IX-XII secolo sotto l’influsso dei greci, e mediatori sono stati i siriaci».

Il Trecento, il Quattrocento ed il Cinquecento sono invece per il mondo arabo musulmano epoche di forte isolamento e decadimento filosofico. Nel Seicento, una rinnovata apertura proveniente dall’Occidente produce effetti eccezionali. La cattolicità tridentina aveva lentamente riformato i propri modelli educativi e missionari, mentre i papi avevano cominciato ad inviare emissari in Oriente per rinsaldare i rapporti con i cristiani di quelle regioni. Nel 1584 – grazie all’ispirazione di Giambattista Eliano, ebreo convertito e legato pontificio in Libano - era nato a Roma il Collegio maronita, presso il quale furono accolti giovani cristiani libanesi e siriaci. Costoro, stupiti e frastornati dall’arte, dalla scienza e dalla letteratura europea, iniziano a studiare alla Gregoriana, imparando tutto ciò che riescono, dalla filosofia alla metodologia filologica storica e critica. Tornati in Libano, all’inizio del XVII secolo, cercano di mettere a frutto tutto ciò che hanno appreso. Sarà un fiorire inimmaginato di occasioni e rinnovamenti, sia per i cattolici, sia per gli ortodossi, sia per il mondo musulmano. Si traducono in arabo la Bibbia, la Summa di Tommaso ed altre innumerevoli opere occidentali. Sono introdotte le scienze più recenti, le diatribe filologiche, nuovi linguaggi filosofici e letterari. Quando questo movimento si esaurirà – nel corso del Settecento – lascerà in eredità la scuola (importata dai maroniti cattolici e diffusasi poi nella cultura araba), intesa non più come luogo di ripetizione mnemonica di versetti coranici o di salmi, ma come luogo di critica e di discussione.

È questa la fonte lontana del secondo Rinascimento arabo: ad accoglierlo sarà, un secolo dopo, l’Egitto – dove molti maroniti si erano rifugiati per sfuggire alla sempre più opprimente dominazione ottomana. Quell’apertura nata ed educatasi nelle scuole cristiane libanesi prima e musulmane poi permea – sotto l’illuminato governo di Mehmet Alì e del nipote Ismail Alì – la società araba egiziana di fine Ottocento. È anche l’epoca di più grande vicinanza all’Occidente: a Suez viene aperto il canale in collaborazione con francesi ed inglesi, Giuseppe Verdi inaugura la nuova opera del Cairo dirigendo l’Aida. Il risultato fu l’emergere di grandi riformatori musulmani. Samir: «Mohamed Abdu, che era rettore dell’Al Azahr, aveva delle idee molto più avanzate di oggi: basta leggere le sue fatwa e le fatwa di oggi sullo stesso argomento. È triste vedere la regressione che abbiamo fatto».

Dopo questo periodo d’oro, le conseguenze della prima guerra mondiale, il disfarsi dell’impero ottomano e l’abolizione del califfato provocano una crisi profonda del mondo arabo, che per reazione comincia a rifiutare i rapporti con l’Occidente, ripiegandosi su se stesso e nella difesa oltranzista della tradizione religiosa (nascita dei Fratelli Musulmani nel 1938), dalla quale sono sfociati il fondamentalismo e – più recentemente – il terrorismo. Le conclusioni del gesuita egiziano riposano sulla forza dell’evidenza storica, ribaltando la grossolanità di certi pregiudizi oggi tanto in voga in Europa: «La lotta è tra chi vuol mantenere l’identità arabo-islamica, ma con l’apertura all’Occidente ed alla modernità, e chi rigetta la modernità e l’Occidente vissuto come fonte della modernità per affermare una identità che dovrebbe essere pura da tutti gli influssi. Questo visibilmente porta al regresso. La storia ci insegna che tutte le volte che c’è stato un gruppo che è servito da ponte, in qualunque settore, e tutte le volte che abbiamo accettato la sfida dell’apertura, ne abbiamo tratto vantaggio».

 

(Giancarlo Strippoli)



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