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LECTURA DANTIS/ Se una poetessa russa impara l’italiano per leggere la Commedia

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Mercoledì scorso nelle aule dell’Università degli Studi di Milano uno tra i maggiori poeti russi contemporanei, Ol’ga Sedakova, ha commentato i canti XXVII-XXVIII-XXIX del Purgatorio di Dante all’interno del ciclo di incontri di Esperimenti Danteschi.

L’iniziativa, sostenuta dall’Università e patrocinata dal Comune di Milano, è sorta cinque anni fa dall’idea di un gruppo di studenti appassionati al poema dantesco, che desideravano approfondirne lo studio e – come recita la prefazione al volume degli atti delle conferenze dell’edizione del 2008 – «coinvolgere alcuni professori in un ciclo di incontri che consentisse, nell’arco di tre anni di completare la lettura integrale della Commedia, sacrificata dai programmi ministeriali dell’università riformata. Da una amicizia giocata nella comune passione per la letteratura e per Dante, divenuta presto contagiosa, dall’incontro libero e appassionato, a tratti perfino acceso, tra docenti e studenti è nata un’iniziativa che a ben vedere non fa altro che riproporre lo spirito che ha dato origine all’universitas del XII secolo». La prima edizione, svoltasi nel 2005, è stata dedicata all’Inferno: sono stati invitati i più importanti dantisti del mondo, impegnati nella lettura di due o tre canti assegnati dagli studenti. Ad essa sono seguite le letture integrali di Purgatorio e Paradiso, fino al 2007. Il grande successo e l’interesse dimostrato dai numerosi partecipanti, studenti e semplici appassionati, ha spinto a organizzare un nuovo ciclo, iniziato lo scorso anno e coronato, per la prima volta, dalla pubblicazione di un volume.

Ma torniamo a Ol’ga Sedakova. Da dove è potuto sorgere l’incontro così peculiare tra una poetessa russa e Dante? La risposta è contenuta in un’osservazione che la Sedakova ha proposto alla conferenza tenuta lo scorso anno sempre nell’ambito di Esperimenti danteschi: «Dante non è solo arte che genera arte. Egli è anche pensiero che genera pensiero. E di più: esperienza che genera esperienza. L’ultima cosa, forse, per me è la più importante».

Olga Sedakova, erede di Anna Achmatova, Osip Mandel’štam, e della grande tradizione poetica russa, è stata poeta del samizdat – la cultura “sommersa” negli anni del regime sovietico – e ha cominciato ad essere pubblicata liberamente in Russia soltanto a partire dal ‘90. Non pubblicata non significa non letta: innumerevoli copie clandestine dei suoi versi venivano passate di mano in mano, a rischio e pericolo di chiunque ne fosse in possesso. Anche ritrovarsi insieme ai propri amici per leggere gli autori proibiti dalla censura era considerata un’attività sovversiva. Che cosa spingeva uomini già privati dello stretto necessario a rischiare tanto per poter leggere insieme dei versi? «Non c’era nessuna organizzazione predefinita, ma solo un gran bisogno di poesia, di una poesia che raccontasse delle questioni “radicali” dell’esistenza», risponde Olga Sedakova. «La felicità autentica ci si rivelava innanzitutto nell’arte, nell’arte che era stata cacciata dal paradiso sovietico: un’arte strana, inquietante, complessa, assolutamente diversa da tutto quello che avevamo intorno. La voce di quest’arte ci parlava della grandezza e della libertà dell’anima. Ci infondeva l’amore a ciò che Mandel’štam chiamava “boccata d’aria rubata” e ad ogni espressione dell’uomo che si raddrizzava in tutta la sua statura: la statura del pensiero, del cuore, dell’anima».

Il bisogno dell’arte coincideva dunque con l’esigenza più profonda della persona, un’esigenza vitale quanto il respiro. Questo bisogno era vivissimo anche nella Sedakova, al punto che decise di imparare l’italiano per poter leggere Dante in lingua originale. Alla fine degli anni ‘70 Ol’ga Sedakova e alcuni amici cominciarono così ad incontrarsi per leggere insieme i versi della Commedia, dando vita ad una sorta di clandestina lectura Dantis: una situazione del tutto sui generis per un’epoca in cui il regime tentava di impedire qualsiasi forma di incontro spontaneo e di reale condivisione.

Sono stati proprio questi stessi caratteri “sovversivi” che hanno spinto la Sedakova a partecipare ad Esperimenti Danteschi, quest’anno per la seconda volta. Nei canti XXVII-XXVIII-XXIX del Purgatorio la Sedakova si concentrata in particolare sul tema del Paradiso Terrestre, in cui viene messa a fuoco la natura dell’esperienza profondamente umana della poesia: «Questo istante di verità, questo mirabile oblio di ogni possibilità di errore e fallimento, della propria dolorosa imperfezione, è ciò che l’uomo chiama felicità pura. Il dono della poesia come tale, indipendentemente dai suoi contenuti concreti è il dono di questa felicità, il dono della memoria dell’Eden».

«In questo gruppo di canti, e solo qui, noi vediamo Dante-poeta nello stretto senso della sua professionalità: vediamo che cosa sia la passione letteraria, la gratitudine al modello, la riconoscenza dell’autore al lettore, che non vien meno neppure dopo la tomba; che cosa sia la fede dei poeti nell’immortalità delle proprie dette e inchiostri (entrambi i termini stanno ad indicare i versi): Che Lete non può torre ne far bigio. L’influsso del modello virgiliano viene assimilato all’azione del fuoco, che accende il fuoco del successore, e l’“autore” venerato diviene più caro del padre e della madre. Il rapporto di Stazio nei confronti di Virgilio e di Dante verso Guido Guinizelli (padre del «dolce stil novo») è più caloroso dei legami di sangue. Virgilio è, infatti, lo piu’ che padre».

 

(Vera Pozzi)

 

 



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