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POESIA/ Alfonso Gatto, quello struggente bisogno del padre

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Il poeta Alfonso Gatto, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, esponente tra i maggiori dell’Ermetismo, in virtù della ricerca della parola assoluta propria di questo movimento, indica al lettore una relazione con le cose ricca di allusioni, ma non per questo dai contorni imprecisi. Forse il fatto che il poeta sia stato anche apprezzato pittore connota la sua produzione letteraria di elementi visivi e luministici, che la rendono chiara. Tutto ciò è ben presente in questa breve lirica, tra le sue più famose, dedicata alla memoria del padre.

 

Se mi tornassi questa sera accanto

lungo la via dove scende l’ombra

azzurra già che sembra primavera,

per dirti quanto è buio il mondo e come

ai nostri sogni in libertà s’accenda

di speranze di poveri di cielo,

io troverei un pianto da bambino

e gli occhi aperti di sorriso, neri

neri come le rondini del mare.

 

Mi basterebbe che tu fossi vivo,

un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.

Ora alla terra è un’ombra la memoria

della tua voce che diceva ai figli:

“Com’è bella la notte e com’è buona

ad amarci così con l’aria in piena

fin dentro il sonno”. Tu vedevi il mondo

nel plenilunio sporgere a quel cielo,

gli uomini incamminati verso l’alba.

 

L’endecasillabo, il verso principe della nostra poesia, è usato in tono quasi dimesso, a rendere bene l’atmosfera raccolta e familiare di questo colloquio con il padre. Si tratta di un parziale recupero della tradizione, dopo le innovazioni del primo Novecento. E infatti anche qui l’endecasillabo, benché in tono minore, come sempre è veicolo di un contenuto alto.

Nella prima strofa della lirica è presente un altro elemento della personalità di Gatto, e cioè il suo impegno civile. Il poeta desidera la compagnia di suo padre e quasi ridiventa bambino nel pianto con cui vorrebbe dirgli la tristezza di un mondo doloroso, ma anche negli occhi neri spalancati al sorriso, per confidargli che non ha rinunciato al sogno della libertà. Tutte le immagini hanno la lievità dell’aria: l’ombra azzurra che fa presagire la primavera, le rondini che volano in un paesaggio marino. Ma hanno anche la densità del colore su una tela: il blu, il nero, il bianco del sorriso.

Il nucleo centrale della poesia mi pare essere l’attacco della seconda strofa.

A chi non basterebbe che il proprio padre fosse vivo, che s’avverasse il sogno di godere ancora del suo cuore di uomo, forse non abbastanza compreso prima, certo rimpianto negli anni più esperti? Un cuore che sapeva far vedere ai figli la bellezza della notte scura che dona il riposo e far amare la bontà dell’aria che permette il respiro anche nell’incoscienza del sonno. Dove trovarlo ora, sembra chiedersi il poeta, uno sguardo che scorgeva il mondo protendersi al chiarore della luna e gli uomini immersi nel buio, ma incamminati verso la luce dell’alba? Una immagine questa che, pur non dimenticando il dolore connesso con la condizione umana, lo sa leggere e rappresentare in una luce di speranza.

Il tema della paternità si presta a molteplici riflessioni e a mille possibilità di connessioni letterarie e non. Al proprio padre ognuno deve la vita e attraverso di essa anche la prima introduzione al suo significato. È proprio ciò che questa lirica richiama e forse la sua efficacia si deve anche all’implicita evocazione della Paternità che sta all’origine di tutto.



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