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LETTURE / Montale e la possibile speranza dal «mal chiuso portone»

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La recente rievocazione dei trent’anni dalla pubblicazione dell’enciclica Redemptor hominis di papa Giovanni Paolo II ha riproposto all’attenzione l’appello iniziale del suo pontificato: «Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo». Questo invito mi ha ricondotto, con sorpresa, ma anche con entusiasmo al finale della lirica I limoni di Eugenio Montale.

Strana coincidenza, ma, se pur frutto di una singolare e forse ardita lettura, non indebita e non inattuale.

Il poeta ligure è agli inizi della sua attività poetica, quasi in apertura della raccolta Ossi di seppia del 1922, eppure il tratto è già ben delineato e il contenuto profondo.

«Io per me, amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in pozzanghere mezzo seccate, agguantano i ragazzi / qualche sparuta anguilla:/ le viuzze che seguono i ciglioni,/ discendono tra i ciuffi delle canne / e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni»: un contesto dimesso, riarso, non il rigoglio di una natura sofisticata, come aveva espresso nei versi precedenti, ma densa di una “segreta” ricchezza: «qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza/ ed è l’odore dei limoni». Perché segreta? Perché non appare immediatamente; ci sono indizi, segni; l’occhio guarda, il cuore presente, ma l’enigma resta tale: «Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto, / talora ci si aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità. / Lo sguardo fruga d’intorno, / la mente indaga accorda disunisce / nel profumo che dilaga / quando il giorno più languisce».

Deve esserci un pertugio, sembra voler dire Montale, che permetta di raggiungere il cuore, la consistenza ultima del reale; qui è «l’anello che non tiene», altrove è «una maglia rotta nella rete» o la «via di fuga» oppure «il varco è qui?». O ancora «Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato / non può fallire nel ritrovarti».

Molto si è dibattuto riguardo ad un possibile svelarsi del segreto; l’illusione sembra oscurare la limpidezza di una scoperta, di un incontro, ma la questione esorbita dal semplice esempio di lettura, che queste righe vogliono offrire.

Di fatto, però, la lirica si conclude quasi suggerendo un altro livello delle cose, non più quello della riflessione, dell’indagine, ma quello dell’accadimento, di qualcosa di imprevisto che sopraggiunge. «Quando un giorno da un mal chiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; e il gelo del cuore si sfa, / in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità».

È intrigante e suggestivo al tempo stesso quel «mal chiuso portone»: se il cuore dell’uomo, cui Giovanni Paolo faceva appello, solo un po’ si dischiude può entrare una speranza insospettata, un bagliore di luce, che illumina e scalda.

 

(Maria Rita Casalboni)

 

 



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