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STORIA D’EUROPA/ 4. L’epoca moderna: quando si infranse l’unità spirituale fra gli Stati

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Il linguaggio della politica, ai primi inizi dell’età moderna, si è appropriato di una simbologia suggestiva per rappresentare l’idea dell’unità del mondo europeo. L’ha voluta tradurre in immagine. L’ha resa visibile disegnando il continente in modo da far coincidere i bordi sinuosi delle sue coste con il profilo di un corpo femminile adagiato in senso orizzontale: il capo era la penisola iberica, mentre, all’estremo opposto, le parti inferiori dell’ampia veste coprivano le terre dell’Europa slava e ortodossa.

Il senso di questo genere di invenzione allegorica è trasparente. L’unità del corpo evoca la coesione dell’organismo di cui è la figura schematica. La stessa forma grafica del simbolo dispiegato sulla carta si presta a sottolineare i contenuti ideologici che la mentalità del tempo sovrapponeva alla realtà di quella unità “biologica” affermata come sostanza vivente. Se ogni corpo deve avere una testa che lo dirige, il centro direttivo supremo dell’Europa-Vergine regale veniva a identificarsi naturalmente con la Spagna, che era allora, nel secolo XVI, il pilastro della potenza su tutti dominatrice: quella degli Asburgo di fede cattolica. Non a caso, la testa di Europa porta su di sé la corona imperiale, e il suo braccio destro – cioè la penisola italiana, chiave degli equilibri internazionali – si protende nel cuore del Mediterraneo mostrando sul palmo della mano il globo del primato sulla realtà universale del mondo.

Anche una semplice iconografia come quella che abbiamo descritto ci dice qualcosa delle convinzioni elaborate ai vertici delle strutture di governo che guidavano dall’alto i destini complessivi dell’universo europeo, nel momento in cui si cercava di capire cosa era quella realtà umana in cui ci si trovava inseriti, di definirne l’identità, le regole e i valori a cui appoggiarsi per farla esistere nel modo più razionale possibile – con tutti i limiti e tutte le contraddizioni che trascina con sé ogni esistenza storica nel mondo segnato dal male e dalla contrapposizione anche violenta degli interessi e delle passioni. I più grandi storici dell’ultimo secolo sono stati spinti proprio dalla tragedia delle guerre, dei totalitarismi e dai rischi di disgregazione dell’unità politica e culturale dell’Europa spaccata nel mosaico degli Stati nazionali a guardare con un interesse venato di nostalgia alla storia di una realtà europea più antica e di stampo tradizionale, da cui ci si era dovuti per forza distaccare per evolvere in una nuova direzione. Da Lucien Febvre ad Alphonse Dupront, a Federico Chabod, ogni volta che si è cercato di scavare sulla genesi dell’Europa moderna si è dovuto riconoscere la matrice religiosa del suo cemento costitutivo. Era la nuda oggettività dei fatti ricostruiti, a partire dalla lettera largamente univoca del linguaggio giuridico ed etico-filosofico dei testi che ci rivelano la visione del mondo delle élite dell’Antico Regime, ciò che costringeva ad accettare una realtà oggi da tanti smemorati lasciata ammuffire e persino aspramente demonizzata, a prescindere dalle simpatie personali e dagli orientamenti di pensiero dei singoli studiosi, nella maggior parte dei casi, anzi, orientati su ben altri binari. Febvre, uno fra i massimi maestri della cultura storica del nostro tempo, l’ha sintetizzata nel suo affresco memorabile su L’Europa. Storia di una civiltà, chiarendo che fino al Settecento il termine stesso di “Europa” era di fatto inusuale nel gergo del discorso politico allora corrente per indicare lo spazio geo-politico a cui noi europei sentiamo di appartenere. Per gli intellettuali e i diplomatici di quello che non era tanto l’inizio del nostro mondo moderno, ma qualcosa di originale e diverso come diversa da noi è stata l’età barocca, non esisteva ancora l’“Europa”, intesa come una costruzione politica fatta di poteri statali laicizzati, puramente secolari, ma esisteva, più semplicemente, la “Cristianità” o, come si diceva in latino, la Respublica Christiana. Persino in un intellettuale anticonformista e ribelle come Voltaire, cresciuto, del resto, alla scuola dei gesuiti come la maggior parte dei suoi pari in tutta l’Europa della cattolicità, si ritrovano le tracce esplicite di questo linguaggio ereditato da una lunga tradizione. Si trattava di un “mito” che conservava un nucleo consistente di verità. Quanto meno fino alla grande crisi dell’ordine politico internazionale esplosa nella prima metà del Seicento con la guerra dei Trent’anni, poi con il nuovo riassetto dell’equilibrio nel cuore dell’Europa centrale e il raffreddamento definitivo delle frontiere politico-religiose nate dalla frantumazione protestante dell’unità di fede del cristianesimo latino, bisogna ammettere che era l’atmosfera avvolgente della “cristianità” quella che definiva il contesto unitario in cui maturava lo sviluppo dei popoli europei, distinti e separati, nel loro insieme, rispetto a tutte le altre realtà esterne a cui si finiva per forza con il guardare come a una frontiera estranea e potenzialmente ostile. Ne derivavano conseguenze decisive per la vita interna di ogni singolo Stato: nessun sovrano europeo fino al Settecento avrebbe potuto anche solo concepire un istituto matrimoniale alternativo a quello della famiglia fondata sul patto religioso fra i coniugi, o legittimare l’impianto di una produzione di leggi in conflitto con i codici di un’etica intimamente cristianizzata. Lo spazio fisico di una “società civile”, decisa a stare in piedi da sola ponendosi di fronte, o persino in concorrenza con la comunità confessionale dei fedeli, tendeva quasi ad essere annullato: e non è detto che questo fosse del tutto positivo e utile per l’autenticità di una vera posizione religiosa. Ancora più interessanti sul piano degli effetti storici erano i legami che la sopravvivenza della “cristianità” annodava avvicinando mondi vicini e lontani. Stare dentro il suo confine obbligava a sentirsi parte di un corpo sopranazionale, di cui ognuno contribuiva a determinare lo stato di salute. La tutela del bene di un singolo membro doveva interagire con quella degli altri e comporsi in un disegno di equilibrio puntellato dalla diplomazia, dal gioco dei contrappesi, dalle alleanze difensive che si stringevano contro le politiche di affermazione unilaterale della potenza e contro i sogni di egemonia che minacciavano l’assetto di un pluralismo perennemente ri-negoziato.

La vita profonda di questo organismo composito era influenzata da uno spirito comune di civiltà. La cristianità dell’Antico Regime possiamo concepirla come uno spazio unitario di scambi e di circolazione fra identità diverse, al di là e nonostante le barriere politiche, linguistiche e religiose che ne tagliavano il tessuto connettivo. Nord e Sud si combattevano e seguivano traiettorie diverse. Ma restavano nello stesso tempo in dialogo fra loro. Intellettuali e studenti del Nord protestante dovevano scendere nell’Italia papista se volevano completare la propria formazione e conoscere il meglio dell’arte e dell’alta cultura, con il loro palpitante cuore antico. Per lo stesso motivo, i libri e i discorsi dei teologi, degli scienziati, dei poeti e degli umanisti cattolici dell’Europa mediterranea si diffondevano ovunque e dovunque erano largamente ripresi, valorizzati, riciclati, anche là dove meno ce lo aspetteremmo. Un’unica grande piattaforma culturale di fondo, cementata dall’unità del segno latino, abbracciava quell’invisibile “Repubblica delle lettere” in cui le parole, gli oggetti d’arte, la musica e le credenze intellettuali ricomponevano incessantemente i fili di una trama che non aveva ancora frantumato il suo DNA almeno in parte condiviso. Il Galateo di monsignor Della Casa e la “buona creanza” dei collegi dei gesuiti continuavano a fissare le linee per la formazione di tutti i ceti sociali eminenti, anche fuori dall’orbita cattolica. L’elaborata saggezza delle loro massime, umana e cristiana, riaffiora, secoli dopo, nelle regole del “comportamento civile” trascritte a mano, nei suoi quaderni di esercizi scolastici, da quello che sarebbe divenuto il primo presidente della federazione degli Stati Uniti d’America: l’indocile creatura della vecchia Europa rifiorita, con nuovi tratti vigorosi, sulle sponde opposte dell’Atlantico.



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