BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTERATURA/ Melville, Moby Dick e l’ultima domanda del capitano Achab

Pubblicazione:

mobydickR375_31mag09.jpg

Moby Dick di Herman Melville non è un libro facile. L’autore, nato a New York nel 1819 da famiglia nobile, passa attraverso molti mestieri prima di scoprire il fascino del mare; dalle sue avventure su navi baleniere derivano i suoi romanzi. Ma più profondamente il capolavoro di Melville ha come sottofondo la ricerca della tradizione culturale su cui poggia la forza degli Stati Uniti e che ha le sue origini nel pensiero puritano dei primi coloni. Il racconto della lotta tra il capitano Achab e la balena bianca non è comprensibile al di fuori della memoria della Bibbia e della sua simbologia, risente della scrittura di Poe e di Hawthorne non meno che dello sforzo di trasportare la grande ricerca linguistica di Shakespeare in prosa narrativa, come ha rilevato Alessandro Baricco nel corso di una recente trasmissione televisiva. Moby Dick è una complessa epopea, che assomma il racconto al saggio, la riflessione teologica al gusto quasi enciclopedico dell’osservazione scientifica.

Quasi alla fine del romanzo, alla vigilia dell’ultimo combattimento con Moby Dick, il capitano Achab sale in coperta e si affaccia sul mare; gli si avvicina Starbuck.

 

Oh, Starbuck, è un vento dolce dolce, e un cielo dall’aspetto dolcissimo. In un giorno simile, di altrettanta dolcezza, ho colpito la mia prima balena: ramponiere a diciott’anni! Quaranta, quaranta, quaranta anni fa! Quarant’anni di caccia continua. Quarant’anni di privazioni e di pericoli e di tempeste! Quarant’anni sul mare spietato! Per quarant’anni Achab ha abbandonato la terra tranquilla, per quarant’anni ha combattuto sugli orrori dell’abisso! Proprio così Starbuck; di questi quarant’anni non ne ho passati a terra tre. Quando penso a questa vita che ho fatto, alla desolazione di solitudine che è stata, all’isolamento da città murata di un capitano, che non ammette che ben poche delle simpatie della verde campagna esterna… quando penso a tutto questo, sinora soltanto sospettato, non mai veduto così chiaro, e come per quarant’anni non ho mangiato che cibo secco salato, giusto emblema dell’asciutto nutrimento della mia anima! Mentre il più povero uomo di terra ha avuto frutta fresca quotidiana e ha spezzato il pane fresco del mondo, invece delle mie croste muffose… lontano, lontano oceani interi da quella mia moglie bambina che ho sposato dopo i cinquanta, mettendo la vela il giorno dopo al Capo Horn e non lasciando nel cuscino nuziale che un’infossatura… Moglie? Moglie? Vedova piuttosto, col marito ancor vivo. Sì, quando ho sposato quella povera ragazza io l’ho resa vedova, Starbuck. E poi, la pazzia, il delirio, il sangue in fiamme e la fronte bollente, con cui in migliaia di discese il vecchio Achab ha dato la caccia furiosa, schiumosa, alla preda, da demonio più che da uomo… Mi sento stracco a morte, piegato, ricurvo come se fossi Adamo, barcollante dal tempo del Paradiso sotto il cumulo dei secoli. Stammi accanto, Starbuck; fammi guardare un occhio umano; è meglio che guardare nel mare o nel cielo; è meglio che guardare in Dio.

 

Allora Starbuck tenta di distoglierlo da suo proposito, lo invita a tornare a Nantucket e alle sue dolci giornate azzurre. Invano. Achab è preda del suo destino.

 

Che cosa è mai, quale cosa senza nome, imperscrutabile e ultraterrena è mai; quale signore e padrone nascosto e ingannatore, quale tiranno spietato mi comanda, perché contro tutti gli affetti e i desideri umani, io debba continuare a sospingere, ad agitarmi, a menare gomitate senza posa, accingendomi temerario a ciò che nel mio cuore vero, naturale, non ho mai osato nemmeno di osare? È Achab, Achab? Sono io, Signore, che sollevo questo braccio, o chi è? Ma se il sole immenso non si muove da sé, e non è che un fattorino del cielo; se nemmeno una stella può ruotare se non per un potere invisibile, come può dunque questo piccolo cuore battere, e questo piccolo cervello pensare, se non è Dio che dà quel battito, che pensa quei pensieri, che vive quella vita, e non io?

 

Nuovo Adamo, dopo un intero Esodo di solitudine e di lotta, il vecchio Achab è davanti al mare, ma ben più drammaticamente davanti al mistero della propria libertà.



© Riproduzione Riservata.
 

COMMENTI
01/06/2009 - Achab (paolo camillini)

Anche se tutti lo vedono come un "diavolo" a me sembra un uomo in cui realtà e destino sono uniti. La realtà ha sempre un punto di fuga che è la cosa più interessante e, al tempo stesso, ciò che rende l'uomo non in totale balia delle cose. Il punto di fuga è nelle cose, non un accanto in fondo finto, disperatamente volontarista e nichilista (Starbucks è come Stubb). Achab è un'altra prova, come Enrico V, che o la realtà è un cerchio chiuso o l'uomo in essa ha un collegamento all'infinito e questo è l'unica possibilità della novità, della fecondità, del poter fare un passo avanti.