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SHOAH/ Il miracolo di Anna Frank: l’esperienza di un dolore che non diventa ideologia

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Oggi sarebbe l’ottantesimo compleanno di Anna Frank e il 67mo del suo “diario”. La ragazza lo ricevette infatti come regalo per il suo tredicesimo genetliaco e da allora scrisse ininterrottamente fino al suo arresto da parte della Gestapo, riportando la cronaca degli ultimi suoi anni di vita e della trasformazione dell’Europa in un incubo. Confinata in una soffitta con un folto numero di familiari e persone appartenenti al suo stesso popolo Anna Frank è divenuta testimone non solo dell’Olocausto, ma dell’irriducibile capacità di sperare insita in tutti gli uomini.

Prendendo spunto da questa importante ricorrenza abbiamo chiesto al professor Ugo Volli di commentare da una parte la fortuna di quest’opera e dall’altra di aiutarci a capire la radice di un odio, quello antisemita, che purtroppo sembra ancora oggi non essersi placato.  

 

Ci sono varie opere che raccontano dell’orrore della Shoah tanto che si può parlare a pieno titolo di “letteratura dell’Olocausto”. Come mai fra queste ha avuto così tanto successo il diario di Anna Frank?

 

Sono fermamente convinto che la prima ragione risieda in un fattore emotivo, non per questo puerile: ossia il fatto che si tratti di una ragazzina. A questo si unisce la forma del diario che per sua natura acquista un’irripetibile connotazione di concretezza per i fatti che si susseguono, per quell’orrore che l’Europa vedeva accadere giorno per giorno. Nel diario di Anna Frank non si assiste a una teorizzazione del male nazista, bensì a una registrazione quotidiana degli effetti di questo male. Questo ha contribuito a una diffusione più semplice e capillare negli strati culturali europei del dopoguerra, quando cioè si cominciarono a giudicare i crimini compiuti dal nazismo.

Inoltre desta fascino, se così si può definire, l’idea che in quest’opera non venga descritto l’abominio dei campi di concentramento, come invece avviene per esempio nell'opera di Primo Levi, bensì piuttosto l’ansia, l’attesa, il nascondersi dalla shoah. Sicuramente anche questo particolare “stato” di vita descritto nelle pagine di Anna Frank contribuì a commuovere le generazioni che hanno letto il diario.

 

Per molto tempo è sembrato che il patrimonio di testimonianze e di scritti lasciato dal popolo ebraico sia stato esclusivo appannaggio, almeno in Italia, di alcune correnti politiche. È d’accordo con questo tipo di lettura?

 

La questione posta è duplice. Da un lato infatti ci si può chiedere se c’è stato un uso della sinistra, tanto per parlar chiaro, sui temi del nazismo e dell’olocausto. D’altro canto ci si può porre la domanda se la sofferenza passata dal popolo ebraico possa davvero appartenere a qualcuno di diverso. La risposta a questo secondo quesito è certamente no. È chiaro che una storia di questo tipo appartiene in primo luogo alle sue vittime e di riflesso all’umanità, quindi non deve avere una strumentalizzazione di parte. Venendo dunque al primo interrogativo direi che sicuramente ci sono stati numerosi tentativi di strumentalizzare, ma, al contempo, anche di “addormentare”. Se si pensa per esempio al monumento italiano ad Auschwitz, custodito dall’ANED, ci si può rendere conto che questo è portatore di un significato che rischia di cadere in un’idea generalista. Si parla di vittime in maniera generica, appunto astraendo, al contrario di Anna Frank che era in primo luogo una persona concreta e che riferiva fatti concreti. Il rischio è quello di dimenticare un fatto autentico avvenuto nei confronti di un popolo, si dimenticano le cause e i motivi, si sottovaluta il carattere di volontà di distruzione del popolo ebraico.     

 

Questo tipo di strumentalizzazione e di dimenticanza danneggia ancora oggi il popolo ebraico?

 

Ho la sensazione, e parlo da appartenente a quel popolo, che da un lato sia avvenuta una specie di santificazione collettiva per la quale tutti ripensando alle vittime dei campi di concentramento nazisti si sentono commossi. Oggi come oggi nessuno , a parte qualche nazista fanatico come quello che l’altro giorno ha sparato all’interno del museo della Shoah americana, si sentirebbe di appoggiare quanto avvenuto ad Auschwitz. E questo ovviamente è sacrosanto.

Va denunciata però una questione, ossia il manifestarsi di un fenomeno per il quale quando si parla di “ebrei vivi” le cose diventano diverse. Quando c’è chi in qualche modo si ripropone di compiere un percorso analogo a quello che ha condotto alla Shoah, come l’Iran di Ahmadinejad, il coro di persone commosse non è più così unanime e non è certo la sinistra a difenderci. Questo è sintomo proprio di quell’assenza di riferimenti concreti che dicevo prima.

 

Senza avere la pretesa di chiedere una “ricetta universale”, esiste a suo avviso un metodo per fare memoria in maniera davvero efficace e il meno possibile mistificante?

 

È molto difficile rispondere a una domanda come questa in effetti. Sono ad esempio molto perplesso su celebrazioni come la Giornata della Memoria, per le motivazioni sopra spiegate. Si ripete il rischio di inflazione su questo tema, come si è visto nello sfruttamento cinematografico infinito che ne è stato fatto. C’è il rischio di stancare e diventare celebrativi in maniera solo esteriore.

Io credo che si tratti invece di rendersi conto che non c’è stata una specie di gesto di follia e di pura malvagità al di fuori di ogni contesto. Credo che la cosa migliore per capire sia studiare la storia e approfondire fatti e complicità. Il solo richiamo a una memoria viva è in questo tipo di iniziative.

 

Quindi lei sostiene che il male verificatosi con la Shoah non possa essere ascrivibile soltanto a un determinato periodo storico?

 

Sì, ma non solo “storico”. Hitler ha avuto una serie di ammiratori in giro per il mondo, da Ford a Lindbergh.

Forse erano entrambi in buona fede. Questo significa che il problema non è quello di isolare un fenomeno ritenendolo superato e superabile sotto diversi punti di vista, ma individuare come il male prenda o possa prendere piede ancora oggi in comportamenti collettivi, il rischio è quindi proprio quello di definire come “isolata” la follia nazista e sentirsi a posto una volta che la si è condannata, esenti dal rischio di poter compiere un male analogo.



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