BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

GIOVANNI PAOLO II/ Il viaggio in Polonia, il “ritorno a casa” di un intero popolo

Pubblicazione:

papapolonia1979R375_15giu09.jpg

Anche se erano passati ormai otto mesi dall’elezione a pontefice avvenuta il 16 ottobre 1978, anche se le televisioni di tutto il mondo avevano già trasmesso nel gennaio successivo il suo primo bagno di folla con alcuni milioni di messicani, la personalità di Giovanni Paolo II restava ancora per molti sconosciuta. Ancora più sconosciuta era poi la sua Polonia, tanto nella storia civile quanto in quella religiosa. Certo, almeno per sentito dire o per qualche lettura, molti sapevano che era il baluardo della Chiesa cattolica in un mondo legato per molti aspetti alla cultura slava, alla tradizione bizantina e all’eredità lasciata in questa terre agli inizi del X secolo dai discepoli di Cirillo e Metodio.

 

Un paese sequestrato

 

Dalla fine della Seconda Guerra mondiale la Polonia, come la gran parte dei paesi dell’Europa dell’Est, è stretta dal tutt’altro che fraterno «abbraccio» dell’Unione Sovietica e della sua ideologia marxista-leninista. Andando contro mille anni di cristianesimo, festeggiati nel 1966 anche dal vescovo Karol Wojtyla nella «sua» Cracovia, qui, come in Unione sovietica, si tentava di costruire un «nuovo tipo» di uomo, finalmente libero da ancestrali e primitivi bisogni religiosi. Uomini «nuovi» per creare una «nuova» società e società «nuova» per forgiare uomini «nuovi». Come «angelo custode» il partito e la sua ideologia accompagnano ogni polacco in tutti gli aspetti della sua vita individuale e sociale, dalla culla alla tomba.

Certo in questo «paradiso» della classe operaia non tutto era sempre filato liscio: nel ’56 a Poznam, nel ’70 a Danzica, a Gdynia e a Stettino e nel ’76 a Ursus e Radom gruppi di operai avevano violentemente protestato per il basso tenore di vita e l’aumento dei prezzi. Per pacificare la piazza veniva sempre usato il vecchio metodo del bastone e della carota: violenta repressione con decine di morti tra i dimostranti, messa a riposo di qualche burocrate di partito – nel 1970 era toccato addirittura a Wladyslaw Gomulka allora Segretario Generale del partito comunista polacco – e benevola concessione di piccolissimi aumenti salariali. Una cosa però non poteva essere discussa, o messa in discussione, da nessuno: il ruolo guida nella società del Partito Operaio Unificato Polacco.

In questo grigio panorama la Chiesa polacca era bene accetta solo se disposta a collaborare alla edificazione di questa «nuova» società. Ogni sua pretesa che esorbitasse da questo stretto binario era ritenuta fonte di disturbo sociale e di ingerenza nella vita dello Stato. Libertà di educazione, libertà religiosa, libertà di espressione culturale, quando non erano ritenute niente più che immotivate pretese che, se attuate, venivano punite da un pesante codice penale, erano concesse col contagocce ed esercitate sotto stretta sorveglianza della polizia.

Giungiamo così a quel fatidico giugno 1979 quando Karol Wojtyla torna nella “sua” Polonia come «figlio di quella terra» ma anche, «per gli imperscrutabili disegni della Provvidenza, come Successore di San Pietro nella sede di Roma». Dal 2 al 10 giugno Giovani Paolo II tornava dunque a «casa». Durante il suo lungo pontificato vi tornerà per altre sette volte. All’aeroporto di Varsavia il saluto gli è rivolto da Henryk Jablonski, Presidente del Consiglio di Stato. Quell’illustre figlio della terra polacca sarà pure il capo della Chiesa cattolica, ma non deve dimenticare che a nome della Chiesa deve parlare, come lo stesso Jablonski testualmente dirà «a favore degli ideali più importanti per l’umanità intera: la pace, la convivenza tra i popoli, la giustizia sociale». Al raggiungimento di questi ideali «la Polonia socialista» ovviamente coopera «insieme ai suoi più vicini alleati».

Giovanni Paolo II risponderà naturalmente che la sua visita era «dettata da motivi strettamente religiosi», ma «religiosi» per lui non equivaleva affatto ad astratti o inefficaci sul piano personale e sociale. La riprova di ciò il Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco Edward Gierek l’avrà di lì a poche ore, quando in risposta al suo saluto si sentirà dire che «la Chiesa desidera servire gli uomini anche nella dimensione temporale della loro vita ed esistenza». 

La distanza tra il partito, convinto del suo ruolo guida, e la società polacca stava ormai per palesarsi in tutta la sua drammatica e scioccante evidenza. I giornali del tempo racconteranno che almeno dieci milioni di polacchi di ogni estrazione sociale (operai, minatori, studenti, intellettuali, contadini, religiosi) accorreranno ad ascoltare, anche a costo di una intera notte di cammino a piedi, le parole del pontefice a Varsavia, a Gniezno, a Czestochowa, a Nowy Targ, a Wadowice, ad Auschwitz e a Cracovia.

 

La «chiave» per comprendere la storia polacca

 

Anche se ognuno dei commoventi e profondi discorsi di Giovanni Paolo II andrebbe ripreso, qui ci accontentiamo di un breve cenno a uno dei più incisivi dal punto di vista sociale, culturale, religioso. Il pomeriggio del 2 giugno, a Varsavia, sulla Piazza della Vittoria e davanti a una sterminata folla, Giovanni Paolo II ricorderà a tutti che il cristianesimo è portatore della più profonda verità sull’uomo di ogni tempo e di ogni luogo e perciò anche delle generazioni di uomini che sono vissute e vivono in Polonia. Ogni tentativo di negare o di rendere privo di conseguenze questo fatto prima o dopo sarà destinato al fallimento e ancor prima ad essere dannoso per la storia stessa della Polonia.

«La Chiesa – dirà – ha portato alla Polonia Cristo, cioè la chiave per la comprensione di quella grande e fondamentale realtà che è l’uomo. Non si può infatti comprendere l’uomo fino in fondo senza il Cristo. O piuttosto l’uomo non è capace di comprendere se stesso fino in fondo senza il Cristo. Non può capire né chi è, né qual è la sua vera dignità, né quale sia la sua vocazione, né il destino finale. Non può capire tutto ciò senza il Cristo. E perciò non si può escludere Cristo dalla storia dell’uomo in qualsiasi parte del globo, e su qualsiasi longitudine e latitudine geografica. L’esclusione di Cristo dalla storia dell’uomo è un atto contro l’uomo. Senza di lui non è possibile capire la storia della Polonia, e soprattutto la storia degli uomini che sono passati e passano per questa terra. Storia degli uomini. La storia della Nazione è soprattutto storia degli uomini. E la storia di ogni uomo si svolge in Gesù Cristo. In lui diventa storia della salvezza».

Ogni uomo vive, cresce e opera però all’interno di comunità, come la famiglia e la nazione, che in misura diversa concorrono a formarne la personalità. Da oltre un millennio, in Polonia, la storia di queste comunità è profondamente segnata dall’incontro con il cristianesimo. «Se è giusto – saranno le sue parole – capire la storia della nazione attraverso l’uomo, ogni uomo di questa nazione, allora contemporaneamente non si può comprendere l’uomo al di fuori di questa comunità che è la nazione. È naturale che essa non sia l’unica comunità, tuttavia è una comunità particolare, forse la più intimamente legata alla famiglia, la più importante per la storia spirituale dell’uomo. Non è quindi possibile capire senza Cristo la storia della Nazione polacca – di questa grande millenaria comunità – che così profondamente decide di me e di ognuno di noi. Se rifiutiamo questa chiave alla comprensione della nostra Nazione ci esponiamo ad un equivoco sostanziale. Non comprendiamo più noi stessi. È impossibile capire senza Cristo questa Nazione dal passato così splendido e insieme così terribilmente difficile».

Erano parole che avevano due precisi destinatari: i primi, ovviamente, erano coloro che le ascoltavano sull’immensa piazza e che magari non erano tutti espressamente fedeli cattolici; i secondi, coloro che da trentacinque anni avevano preteso e continuavano a pretendere di riscrivere la storia sociale e religiosa polacca rigettando quella fondamentale «chiave» per la sua stessa «comprensione» che è Cristo. Giovanni Paolo II ricordava insomma che la vera storia della Polonia non era affatto quella che dal 1945 veniva raccontata nei manuali in uso nelle scuole e nelle università, ma quella cristiana e che da secoli la coscienza civile e religiosa di intere generazioni aveva saputo custodire, arricchire e trasmettere.

Non è difficile immaginare la gamma di pensieri che devono aver agitato le autorità all’udire le parole sopra ricordate, certamente neppure lontanamente quelle che avrebbero voluto sentirsi dire. Non è nemmeno difficile supporre che cosa deve aver pensato il milione di persone che in un palpabile silenzio ascoltarono quelle parole affilate come una lama. Quello che deve aver pensato lo stesso pontefice lo si può forse evincere da alcune parole pronunciate di fronte a tutte le autorità prima di salire sull’aereo per tornare a Roma: «La visita del Papa in Polonia è certamente un evento senza precedenti, non soltanto per questo secolo, ma anche per l’intero millennio di vita cristiana polacca, tanto più che si tratta della visita di un Papa polacco, il quale ha il sacrosanto diritto di condividere i sentimenti della propria Nazione. Una tale partecipazione, infatti, è parte integrante del suo ministero di Successore di Pietro nei riguardi di tutta la Chiesa. Questo evento senza precedenti è indubbiamente un atto di coraggio da ambedue le parti».

 

Correndo verso la fine

 

A trent’anni esatti possiamo dire che quel viaggio segnerà l’inizio, seppur non ancora marcatamente evidente in tutte le sue conseguenze, del tramonto di un dispotico sistema di potere: quattordici mesi dopo, nell’agosto 1980, a Danzica nascerà Solidarnosc, il primo sindacato libero in un paese del blocco sovietico, messo temporaneamente fuorilegge il 13 dicembre 1981. Nove anni dopo, il 4 giugno 1989, si terranno le prime elezioni libere che assegneranno ai candidati di Solidarnosc il 90% dei voti e il 24 agosto successivo il cattolico Tadeusz Mazowiecki diventerà capo del governo polacco. Di lì a nemmeno tre mesi, il 9 novembre, la fotografia che ritrarrà la caduta del Muro di Berlino «scolpirà» per sempre nel tempo il crollo definitivo nell’Europa dell’Est (in Russia accadrà solo il 25 dicembre 1991) di quell’ideologia incapace di capire «la vera dignità», la «vocazione» e «il destino finale» dell’uomo. Per coloro che vollero e seppero sentire e vedere, i primi scricchiolii di quel crollo si udirono salire proprio trent’anni fa dalle piazze polacche: a Berlino ci fu solo il tonfo finale.



© Riproduzione Riservata.