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IL RICORDO/ Massimo Caprara e la voce della Ragione nel deserto europeo

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In occasione della morte di Massimo Caprara pubblichiamo di seguito uno dei suoi ultimi articoli scritti per il quadrimestrale Atlantide nel numero di febbraio dell'anno 2005

 

Nuovi sviluppi del dibattito in Italia sull’identità europea

 

Monsignor Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, ha sferrato un colpo di maglio, inusuale per inesorabilità e rigore, per forza apologetica e sapienza critica, contro “il pensiero debole” e il relativismo dell’Occidente che negano il rapporto originario dell’uomo con la realtà. Fra i sostenitori di queste dottrine post illuministe che influenzano cultura e morale, stanno i nomi di “cattivi maestri” antichi e moderni e certa filosofia contemporanea come quella ispirata dal Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein del 1922 con introduzione di Bertrand Russel e da scritti di eredi minori come Eco e Vattimo.

La designazione da parte di Giovanni Paolo II è avvenuta nel mese di aprile del 2004 e ha provocato non poco interesse per le doti di combattività e di scienza di Carlo Caffarra, scelto per la città felsinea, pensatoio progressista dove si trovano la casa editrice Il Mulino e la sede della rivista dei dehoniani Il Regno, ambienti legati alla linea dossettiana, prodiana e dell’ex leader della CGIL Cofferati, oggi sindaco, sfida del centro sinistra all’intero Paese.

Arcivescovo di una marca di frontiera, esposta e sensibile, è stato docente all’Università Cattolica di Milano e alla Facoltà Teologia dell’Italia Settentrionale, ed anche consultore della Congregazione per la dottrina della fede. Oggi esercita la sua funzione pastorale in continuità con il suo predecessore cardinale Giacomo Biffi: probabilmente vicino al pensiero teologico di papa Wojtyla.

Si tratta, com’è evidente, di una nostra lettura contingente, “politica”, benché forse impropria e  inopportuna, che qui adottiamo per comodità del nostro ragionamento e delle sue implicazioni laiche attuali.

La nomina infatti oggettivamente si inquadra nel corso temporale di ripetute sollecitazioni di Wojtyla nei confronti dei costituenti europei a declinare nel trattato dell’Europa le sue radici giudaico-cristiane.

«Non perché le nostre libertà e il nostro stesso liberalismo non dipendono - siano derivati, legati, connessi - dal cristianesimo. È vero non c’è quasi niente fra le conquiste che riteniamo più commendevoli che non derivi, o che non sia passato di lì, dal messaggio di Dio che si è fatto Persona. È vero che il nostro atteggiamento verso gli altri, tutti gli altri, di qualunque condizione o ceto o aspetto o cultura essi siano, dipende dalla rivoluzione cristiana. È vero che le nostre istituzioni ne sono informate, compresa quella laicità dello Stato che distingue ciò che è di Dio da ciò che è di Cesare. E così via».

Sono parole scritte contro “il relativismo”, il “pensiero debole”, contro “il pensiero senza verità”, il “decostruttivismo” del filosofo strutturalista di Jacques Derrida, vivi in Italia, presenti nella Francia oggi, in parte scristianizzata, per gli epigoni contorti del marxismo e dei suoi eredi.

Il relativismo cozza contro un fatto che è lo stesso contro cui cozzano tutti i relativismi: un fatto, più precisamente come l’ha chiamato il cardinale Angelo Scola, il “fatto cristiano”, il quale consiste «nella decisione della Verità trascendente - il Deus Trinitas - di comunicarsi in forma gratuita, vivente e personale all’uomo». Se dimentica o trascura o non ama più questa Verità, l’Europa è “senza radici”, e senza il dialogo, poiché il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. L’autore di queste concezioni e affermazioni è un eminente cattedratico laico, ordinario di Filosofia della scienza a Pisa, il Presidente del Senato, Marcello Pera che ha scelto di percorrere la strada difficile, ma non impossibile, della religione civile non confessionale che riecheggia le parole scritte nel 1942 da Benedetto Croce nel suo celebre Perché non possiamo non dirci cristiani (il cristianesimo come «incessante opera, viva e plastica, a dominare il corso della storia»). Soprattutto sono espressioni che combaciano, come in uno specchio convergente e confluente, con le parole dette dall’allora cardinale Ratzinger, nella conferenza del 13 maggio 2004 alla Sala del Capitolo del Senato. Felice e produttivo sincronismo, raccolto in un unico volume dal titolo Senza radici che, edito nell’inverno 2004 ha già raggiunto la terza edizione.

La domanda che ci si pone è drammatica: esiste un’Europa anticristiana? «Per la prima volta in assoluto nella storia è cresciuto uno Stato secolare che ha abbandonato e mette da parte la garanzia e la legittimazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione mitologica del mondo e dichiara Dio questione privata, che non fa parte della vita pubblica e della formazione democratica della volontà pubblica. La vita pubblica viene vista come il terreno della ragione, per la quale Dio non appare chiaramente, pienamente: religione e fede in Dio appartengono all’ambito del sentimento, non a quello della ragione», scrive con rammarico. «In questa maniera sorge, con la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, un nuovo scisma, la cui gravità noi percepiamo ora sempre più nettamente». Pera ribatte che «l’Occidente ha perduto il criterio del giusto e gli è restata solo la categoria dell’errore». Citando lo scrittore Mario Vargas Llosa, Pera aggiunge: «La democrazia è un evento che provoca sbadigli nei Paesi in cui esiste uno Stato di diritto». È dunque vera una situazione fosca e pessimista? È bene tenerne conto. L’identità dell’Europa ne è monca, amputata, sorda al suo stesso bisogno di ragionevolezza, in ultima analisi intollerante. È un confronto o una battaglia mancata, è mancata anche da parte della Chiesa.

Pera assieme a Benedetto XVI ne sono consapevoli e preoccupati. Quali sono le conseguenze del loro dialogo e le esperienze che essi propongono di fronte a questa sconfitta, a questa carenza di identità riconosciuta all’Europa? La lotta contro il pensiero debole e contro il relativismo «vera e propria religione è il problema più grande della nostra epoca» che rimane e continua. Senza radici s’accompagna ad una ripresa del rapporto in Italia tra ecclesiastici e laici “devoti” e liberi, giornalisti di grido e uomini politici interessati all’Europa, relativismo, cristianesimo, all’Islam. Il libro è l’espressione non “del pensare da soli” di illuministica concezione che libera fatti ed oggetti dalla realtà che li circonda, ma percorre lo stesso cammino della lotta al totalitarismo, camicia di forza dell’ideologia. Al potere fa paura chi non è omologato, perché è imprevedibile, e così l’assenza della memoria cristiana, da entrambi gli autori diversamente criticata, non è soltanto dogmatica, ma implicita violenza contro le altre razze, religioni, culture, da quelle islamiche al buddismo. Il dialogo fra un grand commis delle istituzioni ed un uomo di Chiesa d’alta cultura equivale ad un promettente inizio d’una rinnovata presenza sui temi della identità europea simile alle critiche costruttive di monsignor Caffarra contro il nullismo che rende “impossibile” l’educazione e il “nichilismo gaio e tragico”.

Nel novembre del 2004 si verifica un fatto singolare, mai avvenuto prima. Una pubblica assemblea, convocata per il giorno 6, aveva riunito al Teatro Nuovo di Milano una gran folla consenziente per protestare contro l’avvenuta bocciatura del cattolico professor Buttiglione alla carica di membro eletto della Commissione Europea. «Vogliamo rispondere con un atto di autodifesa civile ad una guerra di religione culturale», aveva dichiarato Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano Il Foglio, che assieme al cattolico Luigi Amicone, direttore del settimanale Tempi, aveva organizzato la manifestazione-rivolta, “pacata ma seria” nel processo imbastito contro il rogo ad “una strega cattolica” nella persona del professore che non nasconde di adottare il termine “peccato” per censurare la pratica dell’omosessualità. Peccato significa che c’è una scelta da fare sulla scala di ciò che è bene e male. È dunque diminuito il potere dell’uomo e quindi della sua libertà in questa Europa che non può affermare a se stessa queste semplici convinzioni perché non si può andare in profondità?

E alla domanda «Ritiene lei che l’omosessualità sia un peccato», a Buttiglione che risponde «I may think» (può darsi che io lo pensi) è proibito pensarlo.

Esiste oggi in Europa un reato d’opinione in base al quale non possono essere buoni cittadini coloro che condividono quanto sta scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e lo manifestano come privata

coscienza? C’è chi vuole una Europa senza coscienza perché la coscienza genera conflitti?

Le domande che in questa occasione volteggiano, provocatorie, nel Teatro Nuovo rimangono senza risposta: sono perentorie quanto legittime.

Come ha scritto Hannah Arendt, tedesca, figlia di Israele, la prima battaglia culturale è stare ai fatti. «In

Europa avanza un pericoloso laicismo», afferma infatti monsignor Rino Fisichella, Vescovo ausiliare di Roma e Rettore dell’Università Lateranense, in margine al convegno del 10 febbraio 2005 “Quale spazio per il Cristianesimo nella nuova Europa”, nel quale intervengono Giuliano Ferrara e Massimo Cacciari.

Giovanni Paolo II aveva insistito, ricevendo i Vescovi della Chiesa spagnola, di sentirsi preoccupato per un atteggiamento culturale che mira «alla restrizione della libertà religiosa fino al disprezzo o all’ignoranza della religione, relegando la fede nella sfera della vita privata e opponendosi alla sua espressione pubblica».

Ci sono molti elementi che evidenziano un’offensiva anticristiana. Monsignor Fisichella ne evidenza l’attentato alla libertà. «Essa è ridotta a sopportazione. Essere liberi oggi significa sopportare la presenza di tutti, in particolare quelle minoranze o quei gruppi che vengono identificati come ostili al progresso.

Oggi un gruppo consistente di persone come i cristiani viene classificato come conservatore e identificato come impedimento allo sviluppo della società».

Orgogliosamente rivendicato il carattere intrinsecamente liberale dello spirito, ad esso fa seguito una sorta di campagna a tutto campo, da quello ideale a quello diplomatico interstatale. Il Vaticano in quanto Città fornita di prerogative sovrane vi si impegna puntigliosamente.

Comunque notevole, è la risposta laica indiretta nella conferenza tenuta a Torino da Ernst Nolte, riportata da Nuova storia contemporanea nel suo numero di gennaio-febbraio 2005. Lo scrittore tedesco

si chiede se mai l’Occidente voglia sparire dal mondo «proseguendo il cammino degli ultimi cento anni» in quanto ha prodotto l’individualismo «come figura secolarizzata della concezione cristiana del rango incomparabile dell’anima individuale umana e quindi della persona». Sullo stesso tema è da segnalare un coraggioso intervento collaterale, al Congresso ebraico mondiale, dell’Arcivescovo di Parigi, Cardinale Lustiger, il 9 gennaio di quest’anno: «il dialogo tra cristiani ed ebrei è la prima condizione imprescindibile per elaborare un pensiero comune europeo», dove non è assente una vena autocritica, del resto già attiva sin dall’epoca del Concilio Vaticano II con la dichiarazione Nostra Aetate e, poi, in tutta l’azione pontificale di Giovanni Paolo II.

Alla fine del gennaio 2005, la tensione tra il Vaticano e quella che un tempo era la “cattolicissima Spagna” cresce intensamente. Il governo del presidente Zapatero convoca il Nunzio apostolico a Madrid, Monsignor Manuel Monteiro, e gli esprime la sua risentita meraviglia per il discorso di Wojtyla del 24 gennaio nel quale vengono espresse riserve sul “laicismo” e la mentalità secolarizzata vigente in Spagna. Il Vaticano respinge l’addebito con asciutta severità e testualmente invita il presidente del Consiglio spagnolo a rileggersi “tutta” l’allocuzione papale, come spiega il Nunzio nell’incontro con il Sottosegretario spagnolo Luis Calvo Merino.

Incalza il sottosegretario. «Il governo di Spagna manifesta la sua meraviglia per la menzione che si fa nel discorso del Papa sul dovere che hanno i poteri pubblici di garantire il diritto all’insegnamento religioso» regolato dall’accordo del 1979 tra Spagna e Santa Sede. Tutto con il tono di uno scambio ufficiale di note di protesta. È evidente che i rapporti hanno assunto un modo, un’estensione, un’inflessibilità diversi da ogni precedente. Lo esigono i fatti.

Giovanni Paolo II in prima persona, coadiuvato dalla diplomazia, dalla gerarchia nelle sue varie personalità e specifici saperi, ha deciso di imprimere un’offensiva a tutto campo - da quello della battaglia delle idee a quello del pubblico e mediatico confronto, dall’intervento di monsignor Caffarra a quello dell’allora cardinale Ratzinger - sul grande tema della libertà nell’identità dell’Europa. Lo ha fatto per rimediare e sopperire alla brusca sconfitta patita nella battaglia per il riconoscimento delle radici cristiane.

Il Papa non è più solo una vox clamans in deserto, come lamentava il presidente Pera nella sua Lectio Magistralis alla Pontificia Università Lateranense nel 12 maggio 2004. Si è mosso tutto il fronte, da prospettive diverse, delle preoccupazioni circa la situazione spirituale, culturale e politica dell’Occidente e in particolare dell’Europa di oggi.

Non c’è che d’augurarne il successo.

 

Massimo Caprara – Giugno 2005



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