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FILOSOFIA/ Quel modo di “fare scienza” che non è positivismo: l’insegnamento di Vailati

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Giovanni Vailati è nato Crema il 24 aprile 1863 ed è morto a Roma il 14 maggio 1909, a soli 46 anni. Siamo quindi a un centenario, che sarà ricordato in un convegno a Milano il 6 e il 7 di ottobre e in uno a Bologna la settimana successiva.

 

Chi era Vailati? Si è laureato all’Università di Torino in ingegneria nel 1880 e in matematica pura nel 1888. La sua attività scientifica e filosofica si è svolta in due fasi: la prima a Torino, come assistente di Giuseppe Peano e collaboratore al Formulario matematico, prima, e poi di Vito Volterra successivamente ha insegnato matematica negli Istituti tecnici; la seconda a Firenze ove dal 1904 collabora al “Leonardo” (1903-1905) di Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, rivestendo un ruolo di spicco nell’elaborazione e diffusione del pragmatismo in Italia. Spesso la cultura filosofica italiana non ha riconosciuto l’importanza e la forza innovatrice di questo pensatore, troppo scienziato per essere filosofo e troppo filosofo per essere scienziato.

 

Nel periodo torinese Vailati tenne tre corsi di storia della meccanica le cui prolusioni disegnano la sua posizione filosofica ed epistemologica.

Nella prima, la storia della scienza è intesa come un’attività di ricerca di tipo scientifico, che, allo stesso modo delle altre scienze, elabora modelli esplicativi via via più “potenti”.

Nella seconda, la deduzione è vista come la procedura specifica della razionalità scientifica; nella terza sostiene che il progresso scientifico è spesso ostacolato o fuorviato dall’ambiguità o indeterminatezza dei termini; da ciò l’esigenza che il linguaggio di cui ci serviamo sia sottoposto all’analisi logica più rigorosa. Argomenti e posizioni presenti ancor oggi nel dibattito filosofico.

 

La filosofia, secondo Vailati, non è una superscienza, né ha un ruolo prescrittivo nei confronti della scienza; il suo compito «non è tanto di fare delle scoperte, quanto piuttosto di prepararle, di provocarle, di farle fare», e raggiunge questo obiettivo affinando gli strumenti della ragione, curando la precisione del linguaggio, individuando i non-sensi, le tautologie scambiate per dimostrazioni, i sofismi e così via.

 

In conclusione, gli scritti vailatiani più impegnativi offrono indicazioni metodologiche e logico-linguistiche di grande interesse e viva attualità, mentre quelli di storia e filosofia della scienza hanno contribuito a delineare una nuova immagine dell’impresa scientifica, largamente apprezzata dalla cultura filosofica scientifica italiana ed europea per la suggestiva ricchezza dei suoi spunti interpretativi.



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