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BESTSELLER/ “L’eleganza del riccio” e la fortuna di fare incontri felici

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L’eleganza del riccio è un romanzo del tutto francese, non solo perché l’autrice, Muriel Barbery, è francese, non solo perché è ambientato in una Parigi dall’atmosfera raffinata, anche se osservata per lo più dalla guardiola di una portineria. Di francese ha l’aria sofisticata e la sottigliezza intellettuale che trascorre con disinvoltura dalla filosofia alla letteratura alla musica passando attraverso la psicanalisi, tanto che la sua abile leggerezza può diventare a un certo punto persino lievemente irritante. Insomma, è un bell’articolo venuto d’oltralpe, caso letterario del 2007, record di vendite nella madrepatria e in seguito anche da noi. Ma, verso la fine, c’è una sorpresa. Non solo nella storia. I fatti cambiano anche la scrittura, che non perde affatto la sua raffinata eleganza, ma acquista il calore degli affetti.

La storia è ambientata in un bel palazzo al numero 7 di rue de Grenelle e racconta, a capitoli alterni, le vicende e le riflessioni di Renée, la portinaia di mezza età, dall’aspetto sciatto, ma coltissima autodidatta all’insaputa di tutti, e di Paloma, la dodicenne figlia di un ministro lì residente, geniale e fin troppo lucida per la sua età, la quale ha deciso di suicidarsi il giorno del suo tredicesimo compleanno, per protesta contro la vacuità della sua famiglia. Le loro vite asimmetriche si intrecciano perché entrambe, pur così diverse per età e condizione sociale, possiedono uno sguardo disincantato sulla vita, che permette loro il distacco dalla mediocrità del loro ambiente e un giudizio molto acuto su ciò che succede nelle famiglie e in genere nella città, dal rito dello shopping alle automobili incendiate nella banlieu.

La novità è portata dall’arrivo di un nuovo inquilino nel palazzo di rue Grenelle, monsieur Kakuro Ozu, un compitissimo giapponese. Basta la sua naturale attenzione ad ogni particolare della casa e innanzitutto a ogni persona che vi abita per fare della sciatta portinaia intelligente e infelice una donna che ritorna a vivere. La piccola Paloma, che trova rifugio nella misera guardiola dalla fredda ricchezza della sua famiglia, raccoglie la storia dolorosa che ha portato Renée a nascondersi e la svela a monsieur Ozu…. Ma capisce anche qualcosa per sé.

 

E poi, soprattutto, ho provato un’altra cosa, un sentimento nuovo – e nel metterlo nero su bianco mi sono proprio commossa, tanto che ho dovuto poggiare la penna due minuti, il tempo di piangere. Ecco cos’ho provato: ascoltando madame Michel, vedendola piangere e specialmente intuendo quanto le facesse bene raccontare a me tutte quelle storie, ho capito una cosa: ho capito che soffrivo perché non potevo fare del bene a nessuno attorno a me. Ho capito che ce l’avevo con papà, con la mamma e in particolare con Colombe perché non so come essere utile, perché non posso fare niente per loro. La loro malattia è a uno stadio troppo avanzato e io sono troppo debole. Io vedo i loro sintomi, ma non sono capace di curarli, e così anch’io sono malata quanto loro, ma non lo vedo. Invece, tenendo la mano di madame Michel mi sono accorta che anch’io sono malata. Comunque sia, una cosa è certa: non posso curarmi punendo quelli che non posso guarire. Forse devo ripensare a tutta la storia del suicidio. Tra l’altro devo proprio ammetterlo: non ho più tanta voglia di morire, ho voglia di rivedere madame Michel, Kakuro e Yoko, la sua nipotina così imprevedibile, e chiedere aiuto a loro. Beh, certo non mi presenterò dicendo: please, help me. Sono una bambina con tendenze suicide. Al contrario, ho voglia di lasciare che siano gli altri a farmi del bene: dopotutto sono solo una bambina infelice, e anche se sono estremamente intelligente fa lo stesso, no? Una bambina che nel momento peggiore ha avuto la fortuna di fare degli incontri felici.



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