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STORIA/ Il favoloso Egitto e il disastro della quinta crociata, un “romanzo” di otto secoli fa

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Tra il 1217 ed il 1222 Oliviero di Colonia, predicatore e canonico della cattedrale di Panderborn in Westfalia, partecipava attivamente alla disastrosa quinta crociata, infrantasi sotto le mura di Damietta. Tornato in Europa, fu promosso al vescovato di Colonia prima ed al cardinalato poi. Della sua esperienza crociata ci ha lasciato un dettagliato resoconto, noto come Historia Damiatina, recentemente pubblicato da Marietti assieme ad un trattato storico-geografico sempre del medesimo autore, il Tractatus de locis et statu Sancte Terre Ierosolomitane. La traduzione delle due opere è accompagnata – oltre che da un’eccellente introduzione biografica – da due saggi in appendice di Giancarlo Andenna e di Aldo Settia, che permettono al lettore meno informato di collocare agilmente il testo nelle giuste coordinate storiche e culturali. Vista la caratura dell’autore, la notevole preparazione intellettuale, l’attiva partecipazione al servizio della Chiesa del suo tempo (prima di partire per l’Egitto predicò a lungo contro i catari francesi), l’Historia Damiatina rappresenta un raro e prezioso documento che squarcia la distanza cronologica per offrirci uno spaccato del pensiero e dell’azione crociata. Le pagine di Oliviero – vecchie di otto secoli – non temono il confronto con la più recente letteratura romanzata, tale la capacità narrativa del canonico tedesco. Le sue parole evocano con vigore realistico la vicenda, certamente perché ne fu egli stesso protagonista: chi legge viene quasi trascinato nel furore dell’assedio, vede la Torre di Damietta sorgere in mezzo al Nilo, circondata dalla confusione delle scale e delle barche dei crociati, vede i vessilli, il fuoco greco vomitato dagli spalti, le lance, le spade, sente i Te Deum intonati sulla spiaggia dal patriarca e dai fedeli.

Oliviero spesso abbandona i toni severi del dotto teologo per dar spazio a ciò che ha veduto in Egitto. La crociata emerge nella sua dimensione vissuta, innanzitutto e realmente come avventura d’oltremare, dove chi vi partecipava non sapeva se e quando sarebbe tornato. Tuttavia nell’Historia c’è molto di più. C’è in primo luogo la lucida analisi dell’autore, che non esita ad imputare la sconfitta – al di là dell’inevitabile richiamo ai castighi divini – alle divergenze d’opinione tra i capi della spedizione, alla fame che serpeggiava e all’inopinato rifiuto del legato apostolico di scendere a patti con il sultano.

C’è poi un secondo, fondamentale aspetto, intorno al quale ruota il saggio di Andenna: il rapporto della cristianità occidentale del XIII secolo con il mondo musulmano. Abituati a concepire la Crociata come un brutale, univoco atto d’imperialismo europeo, ci si può sorprendere nel constatare che le cose seguirono un corso più complesso e interessante: uno scontro, certamente, ma non privo di dialogo. Oliviero ne dà testimonianza. Naturalmente non ritraendosi dal giustificare l’uso della forza per recuperare i luoghi santi, ma al contempo non nascondendo che sarebbe meglio incontrarsi sul terreno della discussione. Predicare Cristo, trattare, convincere a cedere piuttosto che battersi con la spada in pugno: «se la tua gente avesse ammesso liberamente l’insegnamento di Cristo e i predicatori della sua dottrina, la Chiesa li avrebbe inviati armati solo della spada della parola e avrebbe in modo lieto invitato i musulmani alla comunione della fede cattolica» Una boutade retorica? Può darsi ma – sottolinea Andenna – non ci si può esimere dal contestualizzarla: l’intonazione di Oliviero si armonizza infatti con la politica intrapresa dalla Chiesa in quegli stessi anni. Il caso più noto è quello di san Francesco e del suo tentativo di convertire il sultano. Lo stesso Innocenzo III aveva cercato di avviare un rapporto epistolare con al-Kamil, per quanto senza ottenere risposta. Un movimento, una spinta verso l’accordo pacifico – sebbene non priva di contraddizioni - che partiva dalle gerarchie ecclesiastiche e che suscitava l’iniziativa di decine di prelati e missionari, giungendo persino ad influenzare l’atteggiamento di Federico II. Un momento dunque non secondario della storia delle crociate e del rapporto tra i cristiani ed il mondo musulmano.

Oliviero si fa interprete di questa sensibilità quando – scontrandosi con il cardinal legato Pelagio di Albano – ritiene doveroso scendere a patti con il nemico, potendone ottenere notevoli vantaggi. In seguito, per le mancanze dell’una e dell’altra parte, questa già fragile tensione venne meno, non riuscendo a tradursi in un’iniziativa duratura. Anche l’unità dei crociati fu sconvolta dalle discordie e dalle ambizioni. Fu il crollo delle aspettative, i due mondi si irrigidirono. Gerusalemme fu perduta per sempre. L’Historia – con le sue voci e i suoi drammi - sembra comprendere questa parabola storica, e il mesto addio che la chiude ne è forse un’immagine icastica: «pertanto con grande dolore e pianto lasciammo il porto di Damietta e ci dividemmo a seconda delle differenti nazioni con nostro perpetuo disonore».

 

(Carlo Nespoli)

 



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