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LETTURE/ Hemingway, “Il vecchio e il mare”: le relazioni che ci rendono uomini

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Scritto nel 1952, sul modello del Moby Dick di Melville, Il vecchio e il mare di Hemingway è stato letto in molti modi. Quello che mi convince di più ha come chiave di volta non tanto la lunga lotta di Santiago col pesce, ma il suo ritorno. Vincitore e sconfitto nello stesso tempo. E soprattutto uomo, uomo che accetta l’aiuto del suo giovane amico Manolin, le sue lacrime, il cibo che gli porta. L’uomo esiste nella relazione con altri uomini e con Dio, quando può, come nel momento in cui Santiago, in mezzo all’oceano, indebolito dai crampi recita meccanicamente le preghiere, lui che dice di non essere religioso e pensa che l’Ave Maria è più facile da dire che il Pater Noster.

La semplicità della prosa, splendida nella traduzione di Fernanda Pivano, è in realtà un sapiente gioco di racconto, di dialogo e di silenzio; la narrazione acquista così l’antico sapore dell’epica, ben in equilibrio sul filo che corre tra storia e poesia. Il racconto resta fatto di cose e queste cose parlano da sole.

 

Dormiva ancora quando il ragazzo si affacciò alla porta la mattina. Il ragazzo vide che il vecchio respirava e poi vide le mani del vecchio e si mise a piangere. Uscì senza far rumore per andare a prendere un po’ di caffè e lungo tutta la strada continuò a piangere.

C’erano molti pescatori intorno alla barca intenti a guardare ciò che le era legato accanto, e uno era nell’acqua, coi calzoni arrotolati, e misurava lo scheletro con un pezzo di lenza.

Il ragazzo non scese. Vi era già stato e un pescatore custodiva la barca per lui.

«Come sta?» gridò un pescatore.

«Dorme – rispose il ragazzo. Non gli importava che lo vedessero piangere. – Non disturbatelo. Nessuno».

Andò alla Terrazza e chiese una lattina di caffé.

«Caldo e con molto latte e zucchero».

«Nient’altro?»

«No. Più tardi vedrò che cosa potrà mangiare».

Il ragazzo portò la lattina di caffé caldo nella capanna del vecchio e gli sedette accanto aspettando che si svegliasse. Una volta parve che stesse per svegliarsi. Ma era ripiombato in un sonno pesante e il ragazzo aveva attraversato la strada a farsi prestare un po’ di legna per scaldare il caffé. Finalmente il vecchio si svegliò.

«Resta sdraiato. – disse il ragazzo – Bevi questo». Gli versò un po’ di caffé in un bicchiere

Il vecchio lo prese e lo bevve.

«Mi hanno battuto, Manolin – disse.- Mi hanno proprio battuto».

«Ma non ti ha battuto lui. Il pesce».

«Sono venuti a cercarmi?»

«Certo. Col guardacoste e gli aeroplani».

«L’oceano è molto grande, e una barca è piccola e difficile da vedere» – disse il vecchio. Si accorse di com’era piacevole avere qualcuno con cui parlare invece di parlare soltanto a se stesso e al mare. «Mi sei mancato» disse.

«Sdraiati, vecchio, che ora ti porto la camicia pulita. E qualcosa da mangiare. Devi metterti a posto in fretta, perché ho ancora molto da imparare, e tu puoi insegnarmi tutto. Sei stato male?»

«Parecchio» disse il vecchio.

 

Una comitiva di turisti, frattanto, ammira la lunga spina dorsale del pescecane, spolpata dagli squali sulla via del ritorno.

 

In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava i leoni.



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