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GIORNALISMO/ Il “Testori della Sera”, gli articoli che raccontarono la maestà della vita

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Il 10 settembre 1975 approda al Corriere una firma atipica, quella di Giovanni Testori, già poeta, critico, pittore, scrittore e drammaturgo. Si apre così una stagione che lo vedrà (soprattutto grazie al rapporto col direttore Di Bella) assiduamente presente in prima e in terza pagina e che lo porterà, negli anni, alla cifra di ben 841 articoli al quotidiano di via Solferino. Nel 1982 il «Testori della Sera» (come apostrofato da L’Espresso) ne aveva curata un’antologia, La maestà della vita, in cui compaiono anche numerosi scritti per il neonato settimanale Il Sabato, a cui stava collaborando con entusiasmo.

Naturalmente portato ad una scrittura votata all’accumulo e all’eccesso, Testori si scontra con le ragioni dell’economia e dell’essenzialità tipiche della scrittura giornalistica, con cui scende a patti con una soluzione tutta personale: nella sua penna riescono infatti a convivere la scrittura giornalistica, quella saggistica del critico e quella creativa del letterato, secondo un’alchimia che gli permette di plasmarsi secondo le esigenze del caso. Perché proprio questo era il fulcro dell’interesse che aveva portato Testori al giornalismo: la possibilità di partecipare al dramma altrui e di abbracciarlo facendosi cassa di risonanza della «sperdutezza» che coglie di fronte al mistero della vita e della morte.

Da qui la necessità di «pagare in prima persona», senza sconti, perché, scriveva, «o si riconosce questo dolore che sta sotto la plastica dell’apparenza, ci si partecipa e si fa così giornalismo, a stampa o in tivù, oppure non si fa altro che amplificare il Potere. E si ha sì il Potere: ma quello di partecipare alla morte, all’annientamento».

A-moralista e radicalmente anti-intellettuale (memorabile il suo scontro con Giorgio Napolitano, allora quadro del P.C.I.), Testori si compromette senza sconti, convinto com’è che la sua penna non possa che «cercare d’indicare il volto di Cristo, dunque dell’uomo, là dove si trova e più terribilmente appare». Per il novatese, così segnato dall’ossessione per la contraddizione nascita-morte, questa, più che una missione di vita, è quasi una maledizione: «Anche quando l’ho bestemmiato e ho cercato di levarmelo di dosso, Cristo non mi ha mai abbandonato. E di questo non sono responsabile io, ma Lui con la sua carità. C’è una frase di Rimbaud che esprime benissimo ciò che provo: “Io sono schiavo del mio battesimo...”. E io mi sento schiavo di un battesimo addirittura anteriore al sacramento: la mia stessa nascita».

Affrontare questa contraddizione lacerante dona a Testori un’operosità febbrile che lo porterà, a partire dalle colonne dei suoi articoli, all’incontro con gli amatissimi giovani, all’attenzione agli emarginati, alla sacralità della vita e della morte, a ricercare chi è ignorato dai «quartieri alti della cosiddetta “cultura”».

Gli articoli toccano i temi più svariati, dal terremoto in Irpinia all’attentato a Giovanni Paolo II, dalle violenze del terrorismo al referendum sulla legge 194. Una sintesi, qualora possibile, risulterebbe svilente, ma non si possono non ricordare alcune prese di posizione, come quando si era schierato contro gli applausi in occasione di una sentenza di ergastolo inflitta a due giovani “sanbabilini” improvvisatisi assassini. Convinto che «la legge è vincita, non rivincita; e come tale ha da essere, sempre, rispettata ed amata», Testori scrive: «Vorremmo che essi non precipitassero nel buio della disperazione. […] Vorremmo dir loro che quel giorno è finita la parte negativa della loro vita, quella consegnata alla violenza, al sangue, all’assassinio, al male e alla morte; ma che la parte vera, quella che ha diritto ha chiamarsi vita, ove pur dovesse svolgersi tutta e intera tra le mura di un carcere, comincerà (e noi ci auguriamo sia in effetti già cominciata) dal giorno in cui, misurando l’orrore in cui sono caduti e il dolore che così facendo hanno causato, sapranno accettare la separatezza, la cecità e il silenzio di quelle mura come un passaggio necessario per poter rientrare nell’equilibrio primo della vita, anche se la vita, fuori da quelle mura, forse non potranno mai più sapere cosa sia».

Già da questi brevi estratti si può intuire come questi articoli testimonino un giornalismo di alta levatura, capace di una ferma tenerezza che non ha interesse nel mettere alla gogna i colpevoli perché sa che una lettura seria dei fatti richiede di mettersi in discussione in prima persona. Un esempio maestoso, una traiettoria di vita che reclama uomini all’altezza di una tale eredità.

 

(Marco Pedersini)



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