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FILOSOFIA/ Anselmo d’Aosta e la semplice genialità del pensiero medievale

STEFANO MARIA MALASPINA, in occasione dei 900 anni dalla morte del grande santo, ricorrenza celebrata oggi da Benedetto XVI nella cattedrale di Aosta, ne riassume l’importanza del pensiero dipingendo inoltre una personalità che, lungi dall’essere austera e inaccostabile, fu per tutta la vita esempio di semplicità cristiana

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Il fascino del Medioevo, spesso considerato un momento lontano e sterile della storia dell’umanità, o apparentemente senza legami con il mondo moderno, di cui ne fu invece una lenta e profonda preparazione, passa senza dubbio anche attraverso alcune figure e testimonianze chiave che hanno illuminato gli ingiustamente definiti secoli bui.

E quella di Anselmo d’Aosta, monaco e abate di Le Bec e arcivescovo di Canterbury, è senza dubbio una fra le personalità medioevali più significative, poliedriche e affascinanti.

Un’opportunità per la sua riscoperta viene dalla ricorrenza proprio in quest’anno del nono centenario della sua morte, occasione di varie celebrazioni nella provincia che vide i suoi natali (oggi stesso Benedetto XVI renderà omaggio al Santo nella Cattedrale di Aosta) e della pubblicazione delle sue Opere curate tra gli altri da Inos Biffi e Costante Marabelli presso Jaca Book, con il patrocinio della Regione Autonoma Valle d’Aosta.

Grande pensatore e uomo di fede, Anselmo è al tempo stesso una figura accessibile e semplice: nel racconto della sua vita, il monaco Eadmero delinea il profilo di una persona vicina; ricorda la terra nella quale è nato (nel 1033), il suo forte amore per le montagne, i suoi sogni, il rapporto con la famiglia (tenero con la madre, aspro con il padre), l’allontanamento da casa, la ricerca della propria via e di un maestro, la difficoltà a conciliare la ricerca del successo e la dedizione – che in lui prenderà corpo nella forma monastica – a Cristo e alla Chiesa.

Grazie alle sue composizioni, ha lasciato una nobile impronta nella storia del pensiero occidentale, scrivendo con la disinvoltura propria di chi possiede genio teologico e capacità di uno sguardo sintetico sul fatto cristiano, fino «ai vertici della “speculazione”» (De Libera), fino a preparare la strada alla fioritura teologica del XII secolo.

Nelle sue opere filosofiche e teologiche ha saputo indagare l’uomo e comprendere il mistero attraverso i suoi “temi” maggiori: la creazione, la caduta, la redenzione, la predestinazione, la libertà, la rettitudine, il bene e il male, fino alla ben nota formulazione di una prova originale e sintetica dell’esistenza di Dio.

Ecco così nascere il trattato di dialettica, il De Grammatico, il De veritate e il De libertate arbitrii; e ancora, il Monologion, il Proslogion e il Cur Deus homo: si potrebbe dire che non esiste nucleo teologico o antropologico fondamentale che da Anselmo non sia stato affrontato.

Eppure l’Anselmo speculatore è lo stesso conosciuto, incontrato quotidianamente e amato dai suoi monaci, che nella sua lunga permanenza a Le Bec (per trentatré anni, dal 1060 al 1093) ha saputo accompagnare e educare anche attraverso le numerose similitudini e parabole trasmesse; che ha saputo convincere, attrarre a sé e condurre a Cristo molti nuovi monaci, dei quali anche da arcivescovo non cancellerà il ricordo, e che saranno destinatari di molte delle sue lettere.

Tutto questo non deve far pensare ad una santità o ad un monachesimo sottratto al conflitto con il mondo, segnato solo da un disincarnato e facile distacco: pur accettato controvoglia, l’episcopato di Canterbury volle dire, per il Dottore Magnifico, una dolorosa responsabilità. Tanto da essere costretto, per salvare la libertà della Chiesa, a due esili, che lo allontanarono dalla diocesi per sei dei suoi sedici anni di episcopato.

Si tratta in sintesi di una testimonianza di vita cristiana irriducibile ad una semplice popolarità, o alla sola sensibilità o capacità comunicativa. È l’esito, i cui riflessi sono ad oggi ancora visibili, di una lunga, nascosta e silenziosa preparazione.

 

(Stefano Maria Malaspina)

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