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LETTURE/ Orfeo e Euridice: l’amore di fronte alla morte e il dramma dei limiti umani

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È una leggenda antica di millenni, ma non per questo poco significativa: parla dell’amore, della morte, della poesia. L’ha raccontata, nella sua versione più degna di ammirazione, Virgilio nelle Georgiche. La storia di Orfeo, il mitico cantore che ammansiva le fiere con la dolcezza del suo canto, è stata introdotta per sostituire l’elogio a un personaggio caduto in disgrazia: ma quanto saremmo stati più poveri se ciò non fosse accaduto.

(Mi scuso con i lettori per le brevi citazioni in latino, lingua dalla quale deriva la nostra, ma che non è più la nostra. Mi pare che esse stiano nei limiti della discrezione e che, d’altra parte, siano necessarie a cogliere il tono della composizione).

Euridice, la sposa di Orfeo, nel fuggire l’indesiderata corte di Aristeo, muore per il morso di un serpente. Il poeta disperato canta la dolce sposa sulla riva deserta, dall’alba al tramonto:

 

te, dulcis coniunx, te solo in litore secum,

te veniente die, te decedente canebat.

 

I versi rivelano il tono con cui Virgilio, quasi unico tra i poeti latini, sente e fa sentire la compassione del dolore che l’uomo vive e di cui sono intrise tutte le cose.

Orfeo ottiene di varcare la soglia dell’Ade per ritrovare Euridice e riportarla alla luce. Si inoltra nelle tenebre paurose dell’oltretomba e tutte le ombre gli si avvicinano, colpite dalla dolcezza del suo canto. Sono tante come gli uccelli celati tra le foglie degli alberi quando la pioggia invernale o la sera li cacciano dalle montagne. La poesia, parola e canto, si avventura nelle regioni della morte, nella speranza di far rivivere ciò che sembra perduto per sempre. L’amore è una lama di luce che si fa strada là dove il puro pensiero deve arrendersi.

Il racconto narra poi qualcosa di inaudito: Orfeo ottiene di riportare in vita la sua sposa, a patto di non voltarsi a guardarla se non dopo aver lasciato il regno di Proserpina. E invece

 

subita incautum dementia cepit amantem,

ignoscenda quidam, scirent si ignoscere Manes:

 

un’improvvisa follia colse l’incauto amante, perdonabile certo, se gli Dei sapessero perdonare. Orfeo si volta e perde per sempre Euridice. Quanto è difficile per l’uomo, per l’artista ubbidire alla legge data, stare dentro il limite connesso con la sua natura. Ed è impossibile per la concezione antica che ci sia eccezione alla regola, per chiunque. Gli dei non perdonano.

L’ultima parte dà voce all’estremo saluto di Euridice, ripresa dal sonno della morte quando già si trova sul limitare della luce.

 

Iamque vale; feror ingenti circumdata nocte

invalidasque tibi tendens, heu non tua, palmas.

 

«Addio, sono portata via, circondata dalla grande notte, tendendo a te, ma non più tua, le fragili mani». Confessione desolata del destino che ogni amore, ogni parola umana sembra avere nei confronti della morte a cui pare siano destinate le cose più belle. L’antichità non poteva andare oltre. Ma è una grande cosa che, almeno negli spiriti più alti, essa abbia spinto lo sguardo così fermamente sull’unico problema irrisolto e veramente interessante della vita.



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