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CONVEGNO/ A Belo Horizonte scienziati, psichiatri e filosofi per scoprire il “fattore umano”

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Esiste un nucleo di evidenze ed esigenze originarie attraverso il quale l’uomo giudica tutto ciò in cui si imbatte? Tale nucleo, che Luigi Giussani definiva con l’espressione “esperienza elementare”, è solo un concetto, una categoria interpretativa tra le tante, o è la descrizione di una realtà dell’esperienza di tutti e di ciascuno? Se è una realtà, che cosa cambia all’interno della conoscenza?

Il convegno “O centro e o todo: Simpósio Internacional e Interdisciplinar sobre Experiência Elementar”, organizzato a marzo nell’Universidade Federal de Minas Gerais (UFMG) di Belo Horizonte grazie all’opera infaticabile del professor Miguel Mahfoud (psicologia) ha provato a porre queste domande al vaglio di studiosi di varie discipline provenienti da diverse parti del mondo.

L’idea è buona: se l’esperienza elementare esiste, si deve vedere anche in azione. Non solo nella vita privata di ciascuno, non solo come categoria e “gergo” interno dei seguaci di Giussani, non solo come criterio morale, ma deve funzionare anche all’interno di ogni singola disciplina, dal punto di vista cognitivo di cui la ricerca accademica dovrebbe (sic!) garantire lo studio più preciso e sistematico. In altre parole, bisogna almeno capire in che senso non utilizzare l’esperienza elementare significa rassegnarsi a dilemmi insolubili.

Si è trattato di un primo tentativo e ha segnalato certi problemi essenziali e alcune vie di ricerca interessanti. I problemi ruotano intorno al fatto che l’espressione “esperienza elementare” deve essere ancora capita in tutta la sua portata, ma senz’altro non segnala una griglia a-prioristica di valori. Le definizioni di verità, felicità, giustizia e bellezza sono sempre o troppo larghe o troppo strette. Infatti, è un’esperienza e non una definizione. Il risultato è che non c’è un’esperienza elementare sganciata dalla storia e dalla persona.

Allo stesso tempo, dire “storia e persona” non significa dire soggettivismo: l’esperienza elementare è un criterio di giudizio ed è identico in tutti. Anche qui non si tratta di un postulato e, su questo punto, il convegno è stato particolarmente utile. Dall’esperienza storica dei gesuiti in Cina (Colombo) a quella della tradizione buddista (Habukawa), dalla psicanalisi (Ferla) al metodo della scoperta scientifica (Ruiz), dalla poesia (Perez) alle applicazioni sociali (Ferreira Santos) si è mostrato che in tutti campi e in tutta la storia c’è la possibilità di rintracciare l’efficacia dell’universalità – sempre personalizzata – di questo criterio e ci sono vie per comprenderne il modo di agire.

Resta il fatto che siamo in un’epoca dominata da tutt’altro paradigma, canonizzato da Kant (Esposito), che dimostra spesso di essere giunto a un esaurimento delle proprie possibilità sia dal punto di vista sociale (Zucchi) sia dal punto di vista culturale-scientifico. Non si può, però, accettare di essere generici: se il paradigma contemporaneo non funziona bisognerà fare tutto lo sforzo di capire dove e perché non funziona, proporre ipotesi e strade alternative in ogni campo e confrontarsi apertamente con chi pensa che l’esperienza elementare, il criterio ultimo che definisce il “volto umano” come relazione con la totalità, non abbia senso.

Se aveva ragione Giussani, l’esperienza elementare non teme i confronti e, anzi, li ricerca, appassionata al tentativo di chiunque, anche di coloro che la vorrebbero negare. Speriamo che il libro degli atti del convegno che uscirà in inglese (se si vuole parlare a tutti è l’unica strada possibile) serva per conoscere tutti gli amanti del vero e che al prossimo convegno ci siano studiosi di ogni disciplina e un dibattito ancor più vivace.

 

(Giovanni Maddalena)

 



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