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NARRATIVA/ "Il Crocifisso del Samurai", quando la Chiesa entrò nella storia del Giappone

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In contemporanea con la mostra “Samurai” al Palazzo Reale di Milano, esce un interessante libro a firma di Rino Cammilleri “Il Crocifisso del Samurai” ricostruzione romanzata degli eventi che portarono i Cristiani giapponesi alla rivolta del 1637 e che ne videro l’eroica resistenza fino all’ultimo uomo nel corso del successivo assedio che le truppe dello shogun condussero contro di loro a prezzo di altissime perdite.

Evento poco conosciuto in Occidente e sostanzialmente sconosciuto in Italia, come del resto spesso accade per quelle situazioni (la maggior parte) in cui le vittime sono cristiane: chi volesse cercare tramite Google pagine in italiano che contengano la parola “Shimabara” (il luogo ove convenzionalmente ebbe origine la rivolta), troverà alberghi, foto, e persino il meteo, ma i riferimenti ai fatti che qui interessano scarseggiano visibilmente.

È questo il primo merito dell’autore: avere proposto ad un più vasto pubblico un momento storico ad oggi rimasto appannaggio quasi esclusivo di storici ed appassionati, e che invece merita di essere conosciuto sia per la particolarità del fatto sia per il coinvolgimento che inevitabilmente provoca in ciascuno di noi.

Il Giappone aveva già visto rivolte in cui il fenomeno religioso si mescolava ad altri fattori (come l’eccessiva pressione fiscale sul ceto contadino), come nel caso dell’insurrezione della lega Ikko-ikki nella seconda metà del 1500 fomentata dai monaci buddisti, ma queste erano comunque riconducibili al più ampio contesto degli scontri tra clan rivali per l’ottenimento del potere. Il romanzo fa ben comprendere che invece Shimabara fu qualcosa di diverso. La rivolta cristiana vide in prima fila i samurai rimasti senza padrone, i ronin o “uomini onda”, cui si uniscono artigiani e soprattutto contadini, accomunati dal credo Cristiano (o comunque simpatizzanti). Ma perché una rivolta? Dall’inizio della diffusione del cristianesimo in Giappone, ad opera di S. Francesco Saverio, il bakufu (governo militare) aveva considerato la nuova religione soprattutto sotto il profilo dell’opportunità. Sotto la personalità di Nobunaga (che non fu shogun, ma sceglieva chi dovesse divenirlo) la diffusione del Cristianesimo fu agevolata anche in chiave anti-buddista, poi, con i governanti successivi le cose cambiarono; il Cristianesimo fu visto non solo come una religione importata dall’esterno (del resto al pari delle altre per il Giappone, con l’eccezione dello shinto), ma soprattutto come un elemento di destabilizzazione: esisteva “qualcuno” cui rendere conto che andava oltre il bakufu, lo shogun, e – per quanto rilevasse all’epoca – l’imperatore. Questo, in un contesto sociale incentrato sull’assoluta obbedienza come quello del Giappone nel XVII secolo, lo shogun non poteva (meglio, non voleva) accettarlo; ne derivarono persecuzioni, che – diffuse sotto il profilo territoriale – ebbero momenti di particolare ferocia nelle pubbliche esecuzioni dei Martiri a Nagasaki (di cui Cammilleri ricorda a tinte vivide quella di S.Paolo Miki e compagni, del 1597; il Martirologio Romano ne celebra altre nella medesima città, in particolare quelle del 1622 e 1628). Nel momento in cui alle persecuzioni religiose si aggiungono le ulteriori angherie dei feudatari locali, nascenti da richieste fiscali (il sistema nipponico dell’epoca prevedeva una misura fissa e non proporzionale), i ronin scelgono di riprendere le armi. La ricostruzione offerta dal libro del momento socio-economico che attraversava il Giappone risulta accurata e permette al lettore di calarsi nel periodo storico (a chi ne rimanesse affascinato si consiglia di approfondire anche con saggi ed illustrazioni del bellissimo catalogo della sopra citata mostra Samurai, ed. Mazzotta, in cui i colori delle sfavillanti armature, i riferimenti alle tradizioni, i racconti, permetteranno di fantasticare ulteriormente sugli eventi narrati nel romanzo). In questo contesto di persecuzioni anticristiane, l’autore attraverso i propri personaggi, descrive il momento in cui alla repressione segue la rivolta.

Lo stile giornalistico con cui situazioni, emozioni, discussioni vengono proposte rende il romanzo di agile lettura, e ben si adatta alla struttura redazionale che si presenta sotto forma di una sorta di diario di guerra, in cui si alternano anche interessanti flash back che portano il lettore ai tempi di S.Francesco Saverio ovvero alla fine dell’ottocento con la scoperta della chiesa “sotterranea” giapponese da parte dei missionari francesi.

Cammilleri si destreggia abilmente nelle scene di battaglia, assedio, azioni ninja e combattimenti corpo a corpo, calando nei momenti descrittivi e nei dialoghi tra contendenti i classici giapponesi sulle arti marziali - tra i quali il lettore potrà riconoscere in particolare gli insegnamenti del Libro dei Cinque Anelli - e conferendo una valenza di tipo epico agli scontri, in cui i kirishitan si battono al grido di guerra “Iesu! Mariya!”. Ma sarebbe riduttivo considerare il romanzo come una cronaca di fatti militari: l’autore utilizza il contesto bellico per creare personaggi e situazioni che permettano di affrontare il tema più profondo della fede secondo parole e mentalità che ben si addicono ad uomini giapponesi del XVII secolo. Conosciamo così la bellissima storia d’amore tra Kato e Yumiko, paradossalmente resa possibile proprio dallo stato di belligeranza; ovvero la figura di Hideo Kayata, il personaggio forse meglio riuscito del romanzo, che coniuga le virtù proprie del samurai con quelle del cattolico: uomo di fede e combattente valoroso ad un tempo, sarà maestro di armi e di vita al giovane Kato, sacrificandosi per lui in un coinvolgente scontro con il celebre samurai Miyamoto Musashi (personaggio storico che l’autore schiera nelle file pagane). Ma la figura forse più difficile da descrivere sembra essere stata quella di Amakusa Shiro, l’Inviato del Cielo, il “ragazzo di due volte otto anni” annunciato dalla profezia; personaggio storicamente esistito e circondato di un’aura di mistero, che con il proseguire della narrazione assume caratteri decisi e ben strutturati. Del resto, il lettore approfondisce la sua conoscenza parallelamente ai ribelli che lo vedono per la prima volta: da figura lontana e forse eccessivamente carismatica, a persona amica – nel suo “tè notturno” con alcuni combattenti riecheggiano commoventi le note Shakespeariane dell’Enrico V – e capace di destare sincera simpatia nel lettore, fino al momento del suo sacrificio finale.

Ed è nel momento della disfatta terrena dei ribelli Cristiani, che Cammilleri riassume gli elementi caratterizzanti la grandezza dei rivoltosi, che si batteranno tutti fino all’ultimo per la propria fede ed il diritto di professarla da uomini liberi. Ed in alcune scene finali il pensiero del lettore corre a Mission - che in fondo racconta una storia non molto dissimile, accaduta in un tempo non troppo distante dai fatti raccontati, e che vede sempre sullo sfondo aleggiare la figura dei Padri Gesuiti – e ci piace immaginare come un indovinato tributo al citato film il momento in cui il traditore “pentito” Yamada Emosaku pronuncerà parole analoghe a quelle del pavido cardinale Altamirano: “viviamo nella memoria di coloro che vengono dopo di noi” (frase che in effetti meglio si addice ad un pagano che ad un prelato cattolico).

Epica, amore, fede: un libro che terrà il lettore coinvolto fino all’ultima pagina, affascinato dalla storia di uomini che, da autentici abitanti dell’antico Giappone e con il totale senso dell’onore e dedizione che li contraddistingue, combatteranno fino all’ultimo per il loro Signore: Iesu.

 

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(Tommaso E. Romolotti)



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