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EGITTO/ Il mistero della katoché, la "reclusione sacra" per il dio Serapide

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Molti “misteri” legati all’antico Egitto sono entrati nel nostro immaginario collettivo, grazie a una vasta e discussa letteratura di genere: le piramidi, la sfinge, le mummie, eccetera. Sono misteri che fanno vendere libri, fanno accorrere la gente al cinema, e tengono incollato lo spettatore ai documentari televisivi. Tuttavia, la storia dell’antico Egitto è percorsa da infinite incognite, piccole e grandi, che spesso non sono di moda, non “tirano”, forse perché gli extraterrestri non c’entrano.

Una di queste incognite, lontane dal grande pubblico, riguarda la condizione di alcune persone, nell’Egitto tolemaico della dominazione greca, recluse all’interno del complesso templare del Serapeo a Menfi. Una strana reclusione (in greco katoché, dal verbo katechein, “trattenere”), poiché volontaria e legata alla sacralità del luogo, una sorta di “clausura” ante litteram. Le persone in stato di katoché, infatti, non potevano uscire dal tempio anche se era loro concesso di avere contatti con il mondo esterno. Ed ecco il “mistero”: perché si facevano rinchiudere nel tempio?
Sappiamo della loro esistenza e della loro condizione di molti reclusi grazie a lettere personali, annotazioni, suppliche e petizioni che sono giunte fino a noi sottoforma di grande archivio di papiri, per lo più scritti in lingua greca, ma neanche in uno di questi scritti si accenna al motivo della reclusione sacra.
Gli studiosi si sono arrovellati, cercando di interpretare le pieghe e i contorni di vita quotidiana che emergono dalle lettere dei reclusi, ma le conclusioni rimangono vaghe e fumose. Alcuni scienziati pensano che tale condizione sia stata determinata da motivi puramente religiosi: in sogno, il dio Serapide in persona (un miscuglio di divinità greche ed egiziane, ideato per cercare di amalgamare gli autoctoni con la minoranza ellenica, almeno dal punto di vista del culto) ordinava al fedele di rinchiudersi nel tempio e di svolgere, da laico, umili mansioni di manovalanza.
Altri egittologi ritengono plausibile un’ipotesi “giudiziaria”: il malfattore pentito si rinchiudeva nel tempio e serviva il culto del dio Serapide per espiare le proprie colpe. Eppure, almeno in un caso, le cose sono andate diversamente, sparigliando le carte delle ipotesi. Sono giunte a noi fra le altre, due lettere (datate 169 a.C., sotto il regno di Tolomeo VIII) che ci rivelano l’esistenza, fra questi reclusi, di un certo Efestione: una proveniente dalla moglie di nome Isias, e l’altra dal fratello Dioniso, che lo pregano con ardore e durezza di tornare a casa (forse ad Alessandria), per badare alla famiglia. Pur mancando una testimonianza diretta di Efestione, si può ricostruire la sua vicenda dalle lettere a lui indirizzate: Efestione, presumibilmente, si reca in pellegrinaggio al Serapeo, grato al dio per il fortunato ritorno da una disastrosa campagna militare. Dopo essere giunto a Menfi in compagnia di altre persone, evidentemente i suoi commilitoni superstiti, decide di restare all'interno del tempio in “reclusione”. Mentre i suoi compagni si congedano, la sua “detenzione” si prolunga ulteriormente. In qualche modo, quindi, mistero nel mistero, i motivi della katoché dovevano essere diversi o ben più profondi di quelli che hanno spinto gli stessi suoi compagni a compiere il pellegrinaggio a Menfi prima e a rinchiudersi nel tempio successivamente. Stralci di parole sbiadite di due papiri, due lettere vive e vibranti, che a prima vista sembrano riguardare problemi comprensibili solo agli addetti ai lavori, ma sono piene di fascino, proprio perché ci mettono di fronte a una vita quotidiana, lontana dalla storia fatta dai re e dalle grandi battaglie, una vita fatta di povertà, stenti e miserie, ma anche di piccole e grandi ricchezze interiori.



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