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MEETING/ Il Cardinal Caffarra: la conoscenza cristiana antidoto al dogma relativista

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“La conoscenza è sempre un avvenimento” è il titolo del Meeting di Rimini di quest’anno. Ne parliamo con Sua Eminenza Cardinal Caffarra, che oltre a essere arcivescovo di Bologna e fine esperto di questioni bioetiche, è profondo conoscitore di don Luigi Giussani e della sua opera.

 

Eminenza, qual è la sua opinione in merito al titolo scelto quest’anno dal Meeting di Rimini?

 

In primo luogo vorrei prendere in esame i due termini principali riuniti in questo enunciato, la conoscenza e l’avvenimento. Parto da questi due temi proprio per sottolinearne la grande attualità e importanza in questi contenuta; vi è difatti l’urgenza al giorno d’oggi di tornare a comprenderli nella loro pienezza. Comincio con il secondo di questi, l’avvenimento.

Sappiamo che l’avvenimento è una categoria centrale nel pensiero teologico di don Giussani, nella sua proposta educativa. Lo è perché, mediante tale parola, egli intendeva sottolineare come la proposta cristiana non fosse prima di tutto l’insegnamento di una dottrina o la proposizione di un codice morale, bensì la possibilità per l’uomo di incontrare la persona viva di Gesù Cristo, possibilità che viene offerta nella Chiesa. E qui si aggancia il secondo termine, quasi come ovvia conseguenza, ossia la conoscenza. Questa sta in rapporto all’avvenimento perché quando l’uomo vive davvero una profonda esperienza di ricerca del significato della realtà e delle ragioni per cui vale la pena vivere non può non rendersi conto che tutte le sue domande possono ricevere una risposta solo da un incontro che ci educa a conoscere.

A me sembra dunque che il Meeting affronti un nodo centrale dell’epistemologia della fede e anche relativo alla condizione dell’uomo occidentale di oggi.

 

Nell’attuale contesto culturale quali sono gli ostacoli più grandi a una conoscenza efficace della realtà?

 

Io credo che fondamentalmente siano due: da una parte il dogma dello scientismo sotto il quale tutti viviamo e secondo il quale è vera conoscenza solo ciò che può essere quantificato, misurato e verificato, appunto, scientificamente. Di conseguenza è un tipo di conoscenza imbrigliata in una griglia dottrinaria, rigida e schematica.

L’altra grande insidia è invece quella del nichilismo, vale a dire una posizione che, portata alle estreme conseguenze, nega che la ragione umana sia impastata di un desiderio infinito.

Queste due gravissime insidie, che per me sono oggi le due malattie mortali della ragione umana, o per lo meno occidentale, impediscono all’uomo, come si può facilmente intuire, di muoversi in una direzione del conoscere che stia alle condizioni sopra descritte.

 

Quali elementi l’esperienza cristiana può contrapporre a queste due visioni del mondo?

 

La missione più importante e grande che i cristiani possono compiere in questo senso, il metodo migliore per salvare da queste due insidie la ragione umana, e quindi la libertà, risiede in una forte proposta educativa. A partire da questa convinzione possiamo meglio comprendere quanto Sua Santità Benedetto XVI va affermando da molto tempo a questa parte: la centralità dell’educazione nella missione dei cristiani. Perché anch’io oggi mi trovo ad affermare questo? Perché mi rendo conto che in sostanza l’educazione, come amava spesso ripetere don Luigi Giussani, non è altro che l’introduzione dell’uomo nella realtà intera.

D’altra parte anche la storia della Chiesa lo insegna. Pensiamo a quanto fece San Benedetto con la capillare diffusione dei suoi monasteri. Di fronte al crollo dell’Impero Romano, ossia dell’istituzione civile che aveva resistito per secoli, San Benedetto aprì una scuola, la scuola servitii divini, dove gli uomini ricominciarono a stare di fronte alla realtà come avvenimento e quindi a conoscerla.  

 

A proposito di storia della Chiesa. Spesso quanto viene comunicato oggi del cristianesimo viene, più o meno in malafede, frainteso. In che modo è possibile una conoscenza autentica dell’esperienza cristiana?

 

Questa è una domanda che prende spunto da una considerazione negativa, per quanto reale. Voglio però rispondere positivamente, con una proposta che peraltro è la stessa lanciata instancabilmente dal Papa. Con il suo magistero Benedetto XVI ci ha indicato il metodo attraverso il quale la proposta cristiana va fatta.

In primo luogo occorre una grande limpidezza nella proposta, che non scenda cioè a compromessi apparentemente convenienti. Il secondo aspetto da tenere presente è che vi sia un’attenzione ad essere sempre rivolti verso l’essenziale dell’esperienza cristiana, ossia della sua incidenza nella vita dell’uomo. In terzo luogo è necessario compiere la fatica di dare le ragioni del cristianesimo, riuscire ad affermare apertamente l’intima ragionevolezza della proposta cristiana.

Laddove manchi anche uno solo di questi elementi, che sono i fattori principali del messaggio cristiano stesso, qualsiasi cosa venga affermata, anche con le migliori intenzioni, sarà inevitabilmente destinata a passare sopra la testa della gente.

Voglio comunque rispondere anche al rilievo “culturale” della domanda. È vero, uno dei modi attraverso cui si cerca di evacuare l’avvenimento cristiano, e anche di liquidare la storia della Chiesa, è quello di ridurlo a un minimo comune denominatore, normalmente etico. A quel punto il messaggio cristiano è andato perso. Per questo occorre quella testimonianza viva affermata dal Papa.

 

Sua Santità Benedetto XVI ha spesso condannato il relativismo indicando in questo una delle maggiori minacce della modernità. Pensa che considerare la conoscenza come avvenimento sia una risposta efficace al nichilismo dilagante?

 

Assolutamente, anzi io direi che non solo è una risposta, ma è la risposta. Occorre rieducarsi a comprendere che la verità della vita non può essere semplicemente fatta coincidere con una dottrina o con un programma morale, che in fondo sono l’unica soluzione offertaci dalle visioni relativista e nichilista.

Non si può preconfezionare una regola, sia scientifica sia morale e poi applicarla alla vita. L’uomo deve tornare a scoprire che la verità di sé, delle cose, della realtà ha sempre a che fare con un accadimento dentro il quale c’è la presenza del mistero.

 

(Raffaele Castagna)



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COMMENTI
25/08/2009 - Relativismo? (Emanuele Procacci)

Forse c'è un piccolo fraintendimento sul concetto di relativismo, ma fin dal titolo stesso mi pare di osservare questo paradossale ossimoro: il relativismo dovrebbe essere il contrario di dogma. Se c'è l'imposizione di una verità, una dottrina o un programma morale (come afferma il Cardinal Cafarra), non può essere relativismo, ma dogmatismo, ovvero il suo esatto contrario.

RISPOSTA:

Gentile lettore, come ha giustamente sottolineato «il relativismo dovrebbe essere il contrario del dogma». Tuttavia, affidandoci alla profonda competenza filosofica dell'Arcivescovo di Bologna, abbiamo mantenuto la formula apparentemente paradossale che Sua Eminenza il Cardinal Caffarra ha utilizzato. Il senso di questo "ossimoro" risiede in quanto già Sua Santità Benedetto XVI ha più volte indicato come il "superdogma" del relativismo. Quest'ultimo, difatti, asserendo l'assenza di una qualsiasi verità, impone a sua volta, in modo effettivamente paradossale, questa affermazione come l'unica verità.