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FILOSOFIA/ Simone Weil, l’assurda morale laica e il desiderio religioso degli uomini

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In un ampio scritto del 1942, intitolato Forme dell’amore implicito di Dio Simone Weil, l’intellettuale ebrea nata a Parigi nel 1909, giunta alle soglie del cristianesimo e morta a Londra nel 1943 senza aver ricevuto il Battesimo per mostrare con questo atto la sua appartenenza al suo popolo perseguitato, affronta una questione molto attuale, introducendola con una fiaba di Grimm.

 

In un racconto di Grimm viene descritta la gara di forza tra un gigante e un piccolo sarto. Il gigante lancia una pietra così in alto che per ricadere essa impiega un tempo lunghissimo, ma l’uccello a cui il piccolo sarto dà il volo non ricadrà mai più. Ciò che non ha ali finisce sempre col ricadere.

Il concetto di morale laica è un’assurdità appunto perché la volontà è impotente a produrre la salvezza. Ciò che si chiama morale, infatti, fa appello solo alla volontà, e proprio a ciò che essa ha, per così dire, di più muscolare. La religione invece corrisponde al desiderio, ed è il desiderio che salva.

 

È singolare che una donna che appare come l’emblema stesso di una vita militante, spesa a favore dei poveri, degli esclusi, degli oppressi dalle dittature, riveli negli scritti una concezione così poco volontarista dell’attività umana. La sua figura, proprio per questo duplice volto, diventa ancora più affascinante e feconda nella sua capacità di dimostrare che alla base di ogni darsi da fare sta la certezza semplice che ogni azione è in realtà una collaborazione a che la struttura della vita si sveli. La realtà è creata, dipende; in essa l’azione umana è buona se attende il compito che le è assegnato e che le viene indicato dall’esterno, non se si sforza di raggiungere con ogni mezzo dell’intelletto e della volontà il risultato che si è prefisso.

Nello stesso periodo Simone Weil scriveva alcune note molto interessanti non solo per chi si occupa di scuola, dal titolo Riflessioni sull’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di Dio. In questo breve saggio, che deriva la sua acutezza anche dall’esperienza di insegnante dell’autrice in anni precedenti, ella insiste molto sul concetto di attenzione e di attesa fino al momento in cui si riveli la soluzione di qualsiasi quesito, come più in profondità Dio si renda presente alla coscienza dell’uomo. Le virtù passive dell’attenzione e della fedeltà al compito, molto più che l’attitudine alla ricerca basata sulle proprie sole forze, devono essere educate a lungo affinché diano i loro frutti, che non sono solo conoscitivi, come acutamente osserva la parte finale del breve saggio.

 

È vero, sebbene paradossale, che una versione latina, un problema di geometria, anche se sbagliati, purché si sia dedicato ad essi lo sforzo adeguato, possono in un giorno lontano renderci meglio capaci di portare a uno sventurato l’aiuto che può salvarlo. Per un giovane capace di cogliere questa verità e abbastanza generoso per desiderare questo frutto più di ogni altro, gli studi saranno pienamente efficaci dal punto di vista spirituale.

Gli studi scolastici sono come il campo che racchiude una perla: per averla, vale la pena di vendere tutti i propri beni.



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