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LETTERATURA/ Cicerone e la condanna dei vizi che spaventa i moralisti d’oggi

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Seneca, talvolta così pesante nel suo rigore stoico, a chi gli rimproverava di amare il denaro, gli agi e i possedimenti che come filosofo avrebbe dovuto disprezzare, risponde: «Io parlo della virtù, non di me. Io sono nel profondo dei vizi e quando condanno i vizi, per primi condanno i miei. La vostra velenosa malignità non mi impedirà di continuare a onorare la virtù e a seguirla anche arrancando da lontano».

È una coraggiosa condanna del moralismo, che non tiene conto della debolezza umana. È un invito a leggere i testi che i classici hanno lasciato, prescindendo da considerazioni esterne e fuorvianti.

Anche Cicerone da molti anni è stato frainteso e se ne è messo prevalentemente in luce l’opportunismo politico, l’ambizione, la vita privata discutibile, l’eclettismo filosofico. Forse il motivo è che si teme di confrontarsi con parole antiche, che non possono e non devono proiettarsi sul presente effimero della cronaca. La loro distanza impone una comprensione limpida e l’attenzione di chi vuole imparare soprattutto per sé.

Ciò non significa, quando è possibile, ignorare le circostanze da cui nasce l’opera. Cicerone compone il De officiis, oggetto della prova ministeriale di latino di quest’anno, come raccolta di precetti morali indirizzata al figlio Marco: in essa si intreccia la necessità del suo ritiro dalla vita politica negli anni tumultuosi che seguono la morte di Cesare e il desiderio di riflettere sulla sua ricca esperienza a servizio della res publica. Egli è consapevole del fallimento di ciò per cui aveva lottato per tutta la vita, la difesa dello stato di diritto, riconosce in Ottaviano chi, in mutate condizioni, potrà forse realizzare il suo progetto, ma avverte anche che l’ostilità di Marco Antonio gli sarà fatale.

Il brano assegnato alla maturità è ben lontano dalla “serafica olimpicità” di cui parla Canfora nel commento apparso sul Corriere della Sera: parole ricorrenti come clemenza, ira, moderazione nascono da una situazione a dir poco drammatica e da una lunga riflessione, sia giuridica sia filosofica. Il dono dell’armatura retorica rende la scrittura colma di una saggezza che supera i tempi.

Il concetto di magnanimità, che coincide con la padronanza di sé, appartiene all’intera cultura occidentale. Così come la clemenza, conquista dell’equilibrio tra mitezza e severità. Già così difficile nei contrattempi della vita quotidiana, risulta ben più complessa nell’ambito della vita pubblica, che deve mirare al bene comune, non al vantaggio personale.

Perciò occorre volere che coloro che presiedono alla res publica siano simili alle leggi, indotte a punire non dall’ira, ma dalla giustizia. La difficile capacità di distacco da interessi e passioni è aiutata, ancora una volta, dalla parola scritta.

Si sente l’eco del realismo tutto romano codificato nella formula: «Ubi societas, ibi ius, ne cives ad arma ruant»: la legge è necessaria per temperare gli inevitabili conflitti che l’uomo avverte in sé e che, ingigantiti nella vita sociale, provocano la violenza.



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