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STORIA/ Quei “ragazzi di strada” salvati da Carlo e Federico Borromeo

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Verso la fine del Medioevo emerge una sempre più precisa consapevolezza della necessità di un’educazione cristiana dei giovani. Si constatava infatti l’insufficienza del modo di conoscere e vivere la fede da parte di chi, pur dicendosi a parole cristiano, non aveva né conoscenza né coscienza del significato di ciò. Si moltiplicano così i casi di persone che mostrano profonda sensibilità al problema dell’educazione alla fede – dei giovani e non solo. È un moto dal basso, molto importante.

 

Un caso significativo, che possiamo seguire nella lunga e lunghissima durata, è quello di Milano. Agli inizi del Cinquecento un prete di origine comasca, Castellino da Castello, parte dall’osservazione attenta della realtà urbana. Un fatto lo colpisce particolarmente: lo stato di abbandono e di ignoranza in cui versavano molti giovani, “ragazzi di strada” abbandonati a se stessi. Comincia dunque a raccoglierli attorno a sé e ad insegnare loro le basi della fede cristiana, iniziando, molto semplicemente, dal segno della croce. Altri si uniscono a lui in quest’opera, che viene riconosciuta nel 1536 e prende il nome di “Compagnia dei servi di Puttini in Charità”. Una sorta di sintesi delle finalità essenziali dell’educazione alla fede è questa: “credere e operare”, conoscere Cristo e vivere da cristiano seguendolo.

 

Al suo arrivo in diocesi nel 1565, Carlo Borromeo riconosce la positività di quest’opera, cui vuole dare maggiore ampiezza e stabilità. Organizza così su tutto il territorio della diocesi di Milano una rete capillare di “scuole della dottrina cristiana”, legate alle strutture parrocchiali. In queste scuole si insegnavano in primo luogo i rudimenti della fede, ma anche a leggere (e, talora, a scrivere). È un modello efficace e di lunga durata, che svolge un’importante funzione di promozione umana. Un esempio soltanto: quarant’anni più tardi, a San Lorenzo Maggiore vi erano parecchie classi, divise secondo sesso ed età. Nella classe per i ragazzini si contavano due «magistri in scribendo» e ben trenta «coadiutores legere docentes»; le maestre di lettura nella scuola delle ragazze erano una quarantina: oltre naturalmente a tutti gli altri laici impegnati in questa grande opera. È un modello che viene adottato anche altrove, in diocesi sparse qua e là, anche all’estero.

 

Alla fine del XVI secolo, dopo l’episcopato di Gasparo Visconti, diviene arcivescovo di Milano un cugino di Carlo, Federico Borromeo: un grandissimo arcivescovo, la cui fama però è stata oscurata da quella di Carlo. Federico manifesta una grande fedeltà alle istituzioni borromaiche, come si vede nel caso delle scuole di dottrina cristiana, che controlla e incentiva durante tutto il suo lungo episcopato. Ma i tempi sono cambiati, l’emergenza anti-protestante è finita. Inoltre Federico ha diverso temperamento e diversa formazione. Egli è un esponente caratteristico di quell’umanesimo cristiano che ha il suo archetipo in Filippo Neri, il grande santo dell’ottimismo cristiano, con cui era stato in stretto contatto durante il suo soggiorno a Roma.

 

Per quanto riguarda l’educazione dei giovani alla fede, Federico Borromeo avverte la necessità di fare dei passi avanti. Ecco la fondazione di scuole della dottrina cristiana “di secondo livello”, destinate a giovani tra i 15 e i 25 anni, che già hanno acquisito le basi indispensabili, ma devono sempre più approfondire la loro fede. Sono le cosiddette “scuole del Bellarmino” (perché utilizzavano un testo catechistico composto dal cardinal Roberto Bellarmino). I giovani sono posti sotto la speciale protezione di Maria. Un bellissimo quadro, ancor oggi conservato, raffigura l’arcivescovo mentre pone al collo di ogni giovane una medaglia. Dalle fonti sappiamo che su un lato era incisa un’immagine di Maria, sull’altro l’effigie dei patroni della città, sant’Ambrogio e il beato Carlo (non ancora santo, lo sarà nel 1610. Qui un breve inciso: nel 2010 festeggeremo il quarto centenario della canonizzazione. Non perdiamoci almeno una visita al Duomo di Milano con l’esposizione degli splendidi quadroni celebrativi del Seicento, una straordinaria “storia viva” per immagini).

 

Non si esaurisce tutto qui, anzi. La creazione più originale di Federico Borromeo è quella degli “oratori segreti”. Lo scopo è quello di formare persone sempre più adulte nella fede. Si tratta per lo più di giovani studenti, destinati a un “apostolato di ambiente”. Lo scopo non è quello di creare una società cristiana, ma di creare delle personalità cristiane capaci di essere il fermento della società. Come per le “scuole del Bellarmino”, si tratta di gruppi che prescindono dalle parrocchie, pur senza escludere il positivo intervento di alcuni parroci. A differenza invece delle scuole di dottrina cristiana, sia di primo che di secondo livello, gli oratori sono un fenomeno tipicamente urbano.

I giovani compiono un percorso educativo che è segnato da tappe precise. I criteri educativi sono, com’è ovvio, quelli dell’epoca, realizzati con grande originalità e profondità di intuizione. Oltre alla formazione strettamente religiosa, un certo spazio è lasciato alla “ricreazione”, al gioco in comune, fattore di svago e al tempo stesso di coesione del gruppo. Inoltre, come nella pedagogia gesuitica, la formazione per Federico Borromeo può passare – seppur con prudenza – attraverso le rappresentazioni teatrali, delle quali i giovani stessi sono attori. Questo elemento avrà successivamente uno straordinario sviluppo, sul quale ci si potrà soffermare in altra occasione.

 

Quali gli esiti? Non a caso, Milano si è distinta molto a lungo per le sue iniziative per la formazione religiosa e umana (le due cose in fondo coincidono) dei giovani. Non a caso è stata a lungo un modello. La pedagogia di san Giovanni Bosco, così importante nell’Ottocento e non solo, affonda in parte le sue radici nell’ambito lombardo. Qui il fondatore dei salesiani venne a “studiare” le esperienze in corso, la traduzione pratica di intuizioni che risalivano a un passato non prossimo, ma che conservavano la loro bruciante attualità. Notiamo tuttavia che uno degli elementi centrali dell’intuizione federiciana, lo sganciamento dalle parrocchie e la creazione di una sorta di “movimento giovanile” ante litteram, era stato brutalmente osteggiato alla fine del Settecento dall’imperatore Giuseppe II. Costui voleva ricondurre tutto alle strutture territoriali della Chiesa, sulle quali intendeva esercitare il proprio controllo, e combatteva con forza qualsiasi corpo intermedio, religioso e non. Oratori, confraternite… tutto doveva sparire, nulla doveva frapporsi tra lo Stato e l’individuo.

Ma la positività e la ricchezza di quell’esperienza non furono del tutto cancellate dalle imposizioni del potere, mostrarono un’eccezionale capacità di resistenza e vennero a costituire la base di un fermento educativo di lunghissima durata.



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