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FILOSOFIA/ 1. Quando umiltà e umorismo aiutano la scienza

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Forse è che di uomini intellettualmente grandi ce ne sono pochi. Oppure che ne conosciamo pochi. Fatto sta che al Convegno “Discovery as an event; understanding the dynamics of human advancement in science and culture” organizzato da Euresis e dalla Fondazione Templeton a San Marino la prima osservazione è una caratteristica che a prima vista sembra estranea al contenuto scientifico. Tra i 15 professori presenti di molte discipline e nazionalità, tra cui due Nobel – Mather, per la scoperta della radiazione cosmica di fondo e Townes, per la scoperta del laser – il lecteur royal Yves Coppens (il paleontologo che ha scoperto Lucy) e i due emeriti di storia della scienza e fisica delle università di Harvard e Cambridge – Gingerich e Polkinghorne – emerge una dote rara per chi frequenta intellettuali e studiosi: l’umiltà. I premiatissimi presenti non si vantano delle loro scoperte, che considerano uno stadio provvisorio della grande avventura umana; non pensano a distruggere gli avversari, anche perché sostengono all’unanimità che uno degli elementi più importanti della scoperta sia il dialogo; non sono tronfiamente scientisti, anzi ritengono che il vero motore della ragione sia l’attesa di bellezza e i criteri che essa ispira; amano prendersi in giro (secondo Coppens il senso dell’umorismo, insieme alla capacità di creare utensili, è ciò che ci distingue dagli altri animali).

Certo, il merito è degli organizzatori. Ma è vero anche che quelli davvero intelligenti sono così: curiosi di tutto, consapevoli di essere piccoli rispetto all’immensità del vero, ironici, e amanti della verità più che di se stessi. Coppens raccontava del giorno in cui un suo allievo fece una scoperta in Ciad che mandava all’aria la sua “East side story”, la teoria sull’origine degli uomini. «Come credete che mi sia sentito?» ha chiesto. «Male» è la risposta della piccola botteguccia. «Benissimo, il vero rende contenti» è stata la sua.

Fatta questa osservazione – come vedremo non irrilevante – veniamo al discorso scientifico. Qual è la questione decisiva della scoperta scientifica così come è emersa a San Marino? Nel caso della scoperta, come in molti altri punti limite dell’umana conoscenza – certezze morali, processi creativi, paradigmi indiziari –, la distinzione dei metodi è secondaria rispetto ai criteri normativi. Un esempio? Il criterio normativo della bellezza e quello del miglioramento di sé (anche nella versione della competizione) sono onnipresenti nella descrizione fenomenologica della scoperta scientifica del presente (Mather, Townes, Coppens, Comelli) e del passato (Gingerich su Keplero). Nel momento di formulare delle ipotesi le nostre inferenze (abduzioni, in questo caso, il passaggio dal conseguente all’antecedente) si avvalgono di criteri estetici ed etici.

E la distinzione aristotelica dei metodi? Forse ci vuole una revisione: ciò che unisce le discipline è più forte di ciò che le divide e la ragione è più unitaria di quanto non si pensi e di quanto l’impostazione della nostra scuola non ci abbia fatto credere. La divisione scienze della natura-scienze dello spirito è ormai vecchia e ha dimostrato di bloccare lo sviluppo invece che di favorirlo. È l’idea anche di Gingerich, che sostiene che il metodo scientifico “osservazione del dato-ipotesi-test” propugnato dalle scuole sia una pura mitologia. I metodi della ricerca, come il loro oggetto infinitamente complesso – l’universo –, sono molto più sofisticati e interessanti (il libro di Gingerich Cercando Dio nell’universo [Lindau 2007] è al proposito un capolavoro di intelligenza e competenza). Nei loro vertici dimostrano soprattutto che la ragione è fatta per leggere la realtà – di cui nessuno di questi scienziati seri dubita – e dimostra con essa una straordinaria consanguineità che si avverte soprattutto nella percezione dell’armonia e nella nostra flessibilità a considerare plausibili ipotesi che la maggior parte delle persone rifiuta. Per questo la vera etica della ricerca riguarda la domanda che si rivolge alla realtà e non interviene a esiti ottenuti. E l’umile senso di soggezione di fronte alla vastità del macro e del microcosmo che gli intervenuti al convegno hanno dimostrato non è un’aggiunta caratteriale ma un elemento base della ricerca.

 

(Giovanni Maddalena)



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